Erano circa in venti tra operatrici dei centri antiviolenza della Casa delle Donne Lucha Y Siesta e militanti femministe in aula a piazzale Clodio per la sentenza del processo per le violenze subite da Chiara (nome di fantasia), una donna di circa trent’anni che aveva denunciato l’ex compagno.
Dopo quasi due anni e mezzo di processo è arrivata la sentenza, con una condanna a sette anni e sei mesi per i reati di violenza sessuale, sequestro di persona, stalking e lesioni personali. La lettura è stata accolta da un abbraccio tra Chiara e le persone venute a supportarla.
Un processo per stupro che i centri antiviolenza hanno definito «violento e vittimizzante», simbolo della violenza istituzionale che molte donne che denunciano uno stupro sono ancora costrette ad affrontare. Durante tutto il dibattimento, Chiara è stata costantemente messa sotto accusa dalla difesa, con domande sulle sue abitudini e sulla sua vita, che hanno cercato continuamente di minarne la credibilità. Per questa ragione, per l’ultima fase del procedimento, Chiara ha deciso di aprirlo al pubblico.
«Né per noi né per lei è mai stata una questione di anni di pena, ma di riconoscimento di quello che era successo», dice Simona Ammerata, della Casa delle Donne Lucha Y Siesta. «Le lacrime di Chiara in aula volevano dire “mi hanno creduta”. Siamo in una società che ti abitua a sentirti invisibile e a pensare che ti meriti quello che ti succede, che è normale». Da parte di chi agisce la violenza, invece, aggiunge Ammerata, «in queste situazioni si assiste spesso a una manifestazione di irresponsabilità e a una sorta di autopercezione di impunibilità. Questo è proprio un elemento centrale della dimensione della violenza di genere e del patriarcato».














