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Elisa Messina

La sentenza della Corte Europea per i diritti dell'uomo stigmatizza le parole di un pubblico ministero italiano sul ricorso di una cittadina francese residente in Italia e dei suoi figli minori. Le accuse? Violenza domestica e violenza sessuale aggravata

Il coltello alla gola? Un scherzo. La violenza sessuale? Non si può provare perché «è normale per un uomo dover superare un po' di resistenza». Queste le parole usate da un pubblico ministero italiano in un procedimento giudiziario e stigmatizzate nella sentenza pubblicata ieri, 2 luglio, con cui la Corte Europea dei diritti dell'Uomo (Cedu) ha condannato l'Italia per aver violato i ditti di una donna vittima di violenza domestica e di violenza sessuale ai danni suoi e dei suoi figli minori per fatti risalenti al 2021.In verità, l'elenco delle inadempienze citate nella sentenza della Cedu è lungo: Indagine inefficace sul caso di violenza domestica e violenza sessuale denunciata da una donna. Ritardi, rinvii e procedimenti non tempestivi. Sessismo e stereotipi nelle dichiarazioni del Pubblico Ministero.Mancata individuazione delle complesse dinamiche della violenza domestica e mancata risposta proporzionata alla gravità dei fatti contestati. Accuse di violenza domestiche ignorate. Mancata adozione di misure di protezione adeguate e proporzionate. Ma sono soprattutto le dichiarazioni del pm riportate nel testo quelle che fanno rabbrividire. E che hanno portato all'ennesima condanna della Cedu all'italia per l'uso di stereotipi di genere nei verdetti e per linguaggio colpevolizzante usato dai magistrati nei processi per violenza.