Gli stereotipi sopravvivono nelle aule di giustizia
Giovanni M. Jacobazzi
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Ci sono sentenze che condannano uno Stato. E poi ce ne sono altre che condannano una “cultura”. Quella pronunciata la scorsa settimana dalla Corte europea dei diritti dell’uomo appartiene alla seconda categoria. Perché non dice soltanto che l’Italia ha agito con lentezza davanti a una vicenda di violenza domestica, ma afferma che certi stereotipi continuano a sopravvivere perfino nelle aule di giustizia.
È difficile leggere senza sconcerto le parole con cui una pm aveva chiesto l’archiviazione della denuncia di Audrey Ubeda, 42enne di origini francesi, costretta a subire per anni i desideri sessuali del marito. L’idea che sia “normale” per un uomo dover superare la resistenza della moglie non è un’opinione infelice ma la negazione stessa del principio di consenso. Se il “no” diventa un rituale da oltrepassare, allora il confine tra libertà e sopraffazione evapora e con esso anche la fiducia di chi trova il coraggio di denunciare.










