La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha condannato l'Italia perché la giustizia civile e penale ha impiegato troppo tempo per decidere su un caso di violenza domestica che ha coinvolto una donna di nazionalità francese e i suoi due figli.

Secondo Strasburgo il procedimento non aveva soddisfatto i requisiti di un'indagine tempestiva, approfondita ed efficace, come previsto dalla Convenzione, e ha stigmatizzato il comportamento del pubblico ministero che nel novembre del 2021 aveva presentato una richiesta di archiviazione del procedimento con motivazioni "sessiste e stereotipate".

La pm, infatti, aveva liquidato un episodio, durante il quale il compagno della donna, identificato come G.P., avrebbe puntato un coltello alla gola della signora come uno "scherzo di cattivo gusto" e aveva affermato che era difficile dimostrare che G.P. fosse a conoscenza della mancanza di consenso della signora al rapporto sessuale, considerando che "[era] normale che gli uomini dovessero superare un minimo livello di resistenza che ogni donna tendeva a opporre quando [era] stanca della vita quotidiana e un uomo [le faceva] avance sessuali".

La Corte ha per l'appunto ritenuto che tali motivazioni riflettessero "una cultura sessista e stereotipata" e ha condiviso le preoccupazioni espresse in una relazione del GREVIO (Gruppo di esperti sulle misure contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica), secondo cui tali stereotipi potrebbero portare le vittime di violenza domestica "a subire un'ulteriore vittimizzazione (secondaria) in aula".