L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver protetto adeguatamente una donna vittima di violenza domestica e i suoi due figli minorenni
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Per tre anni hanno vissuto in una casa rifugio. Lei, Audrey Carmen Manuela Ubeda, costretta a lasciare la propria quotidianità per mettersi al sicuro. I suoi figli, cresciuti lontano da una vita normale mentre le istituzioni chiamate a proteggerli accumulavano ritardi in mezzo a una marea di stereotipi.
Ora, a dare loro ragione è la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato l’Italia per non aver gestito adeguatamente le denunce di violenza domestica e sessuale presentate contro l’ex compagno della donna.
Nella sentenza depositata il 2 luglio, i giudici di Strasburgo parlano di indagini non tempestive, di misure inadeguate e di una vittimizzazione secondaria alimentata anche da commenti giudicati sessisti. Una decisione che va oltre il singolo caso e che riporta al centro una domanda scomoda: quante donne, dopo aver trovato il coraggio di denunciare, si ritrovano ancora oggi a dover dimostrare di essere vittime?










