Il canto del cigno. Quel rigore segnato da Neymar a partita ormai finita, e tirato come gli ex campioni in pensione li tirano nelle partite di esibizione fra vecchie glorie, è la fotografia perfetta di che cosa è diventato oggi il calcio brasiliano: una galleria di rimpianti per il talento purissimo che ormai non c’è quasi più e di buoni propositi che si infrangono sulla barriera del vorrei ma non posso. Neymar a questo Mondiale non doveva neppure partecipare. Sono due anni che trascorre molto più in tempo in infermeria che non solo in campo, ma persino più che in palestra a fare riabilitazione. È stato convocato a furor di popolo, fra le perplessità dello stesso Ancelotti, un po’ perché davvero è l’unico rimasto a ricordare il futebol bailado del passato e un po’ quasi come risarcimento per una carriera che sarebbe potuta essere molto migliore, soprattutto in nazionale, se non fosse stato bersagliato dalla sfortuna.
Il Brasile è già fuori, maltrattato dalla Norvegia. Neppure il progetto Ancelotti per ora ha decollato. Un tentativo estremo di “normalizzazione” della Selecao. Se il talento non c’è più, proviamo a farne una nazionale all’europea, ben preparata fisicamente e con un’organizzazione di gioco che consenta di nascondere le lacune principali, e affidiamola all’allenatore più vincente, più affidabile e più esperto che c’è al mondo. Non è andata, anche perché, probabilmente, a livello di nazionale, neppure il migliore commissario tecnico possibile è in grado di venire a capo delle deficienze strutturali di sistema. Ne abbiamo avute già numerose prove in Italia, dove sì qualche volta si è sbagliata la scelta del ct, ma dove pure allenatori dalla carriera indiscutibile come Spalletti, o il Mancini del dopo-europeo, o lo stesso Conte prima delle mancate qualificazioni mondiali, hanno sostanzialmente fallito gli obiettivi.















