“Te lo do io il Brasile!”, direbbe Beppe Grillo davanti allo spettacolo triste e solitario in cui è precipitata la Seleçao. Brasiliani buttati fuori ancora, agli ottavi, dalle armate vichinghe della Norvegia trascinate dal prode gigante biondo Haaland. Una forza della natura Erling Braut Haaland, nato a Håland nel 2000: una macchina da gol da 50 reti a stagione con il Manchester City del suo ex stratega catalano Pep Guardiola, il quale gli ha insegnato che oltre alle sportellate per un centravanti di sfondamento c’è molto di più. E Haaland lo sa bene, specie adesso che con la sua doppietta magistrale (colpo di testa, specialità della casa, e rasoiata da fuori che uno si aspetterebbe da Vinicius, macché!) ha rispedito a casa il Brasile di Carlo Ancelotti.Il nostro Carletto, l’Ancelocci elegantissimo in giacca e cravatta e gilet per entrare a corte degli imperatori del football e che canta l’inno brasiliano, “ordem e progresso”, per sentirsi come uno di loro. Il popolo brasilero ha apprezzato tutto ciò e si è inchinato dinanzi all’’uomo mite arrivato da lontano. Carlo ex giovane contadino dei campi parmensi ammantati dalle nebbie, capace di migrare nelle metropoli del pallone (da calciatore prima tappa fu a Roma) per seminare calcio e successi, in ogni zolla d’Europa. Ancelotti ha vinto titoli nazionali e coppe in Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Spagna. Pentacampione tra i pentacampeon del Brasile. C’erano tutti i crismi per far sognare una nazione malata di calcio, e invece ai brasiliani tocca ancora in sorte un piccolo Maracanazo sotto le mille luci di New York e davanti allo sguardo occhialuto dello spettatore neutro, la star di Hollywood Leonardo DiCaprio. Da Cinecittà è volato negli States il premio Oscar Paolo Sorrentino che, da maradoniano, per settimane ha marcato a uomo l’antidivo Ancelotti per realizzare un sequel, E’ stata la mano di Carletto (?). Adesso il papà di Tony Pagoda dovrà rivedere il copione del docufilm che avrebbe dovuto chiudersi con un finale in finale del Brasile ancelocciano. Sceneggiatura da rifare e personaggio da ricostruire. Ancelotti in una sola notte passa dal ruolo di idolo delle folle e delle favelas, a capro espiatorio nazionale.Il passo non è affatto doppio ma assai ravvicinato. Qualcuno già lo condanna senza appello per non aver gettato prima nella garra la leggenda vivente Neymar, arrivato al capolinea della sua corsa da titolato a Barcellona e al Paris Saint Germain, ma non con la maglia verdeoro su cui asciuga le lacrime del campione prossimo al ritiro. Neymar saluta con un rigore, inutile, e tirato di stizza contro la saracinesca norvegese Nyland che continuava a stuzzicarlo con uno strafottente “te lo paro”. Uno lo aveva già parato nel primo tempo allo sciagurato Bruno Guimaraes che stabilisce un altro record negativo: primo brasiliano a sbagliare dal dischetto a un Mondiale dopo Zico. Ma quello di Zico, nel 1986, era un Brasile che ancora arrivava ai quarti di finale e che uscì di scena alla lotteria dei rigori, eliminato dalla Francia di Michel Platini. Qui ai Mondiali del 2026 l’avversario, la Norvegia, è sicuramente forte (lo sa bene l’Italia che nel doppio confronto nel girone di qualificazione aveva incassato un 3-0 a Oslo e 1-4 a San Siro) una squadra ben organizzata in ogni zona del campo e con un bomberone potentissimo, ma non era considerata una selezione da ascesa al tetto del mondo. Questa, è da sempre la grande illusione del popolo devoto del futebol bailado.Bisogna saper perdere, e in questo ormai il Brasile, pentacampeon solo per gli annali, si è allenato a fondo nel primo ventennio del terzo millennio, in cui è costretto a fare la conta delle sconfitte (tra le tante il Mineirazo, il 7-1 subito con la Germania ai Mondiali brasiliani del 2014) e a rimpiangere il Fenomeno Ronaldo, sempre presente in tribuna a questo Mondiale o il giocoliere Ronaldinho, ex amuleto della Seleçao dopo la scoppola norvegese, che a 46 anni è dato per tornante in Italia. Ronaldinho, potrebbe, il condizionale va usato fino all’inizio del prossimo torneo di serie C, indossare la maglia del Ravenna. “Te lo do io Ronaldinho!” mi scrive Giacomo tifoso dei giallorossi romagnoli che in questo momento non vorrebbe neppure Vinicius nella sua squadra del cuore, perché anche il Brasile, come l’Italia, vive ormai appesa ai ricordi dei bei tempi che furono. E non basta un guru della panchina come Ancelotti per far tornare i conti in campo e riportare quella Coppa del Mondo a Rio dove, asciugate le lacrime, è già il tempo delle prossime illusioni. Quattro anni ancora davanti alla bocca biascicante chewingum di Carletto per sognare e far sognare a un popolo un po’ deluso quel sesto titolo mondiale che per la federcalcio brasiliana è diventato come il sacro graal. Nell’attesa, qualcuno spieghi ai brasiliani che, in quattro anni, di nazionali come la Norvegia ne sbocceranno altre e forse ancora più forti di quella arrivata da “Haaland land”.
Doppio passo brasiliano. Carlo Ancelotti, da idolo delle favelas a capro espiatorio
La Seleçao esce di scena ai Mondiali: battuta dalla Norvegia di Haaland. Il giorno dopo il Brasile apre il processo al ct italiano che ha un contratto fino al 2030. Ma resisterà alle critiche feroci?










