Vedere Carlo Ancelotti alla guida di una Nazionale è un qualcosa di talmente naturale che sembra assurdo che non sia successo prima. L’uomo capace di farsi collante di gruppi impossibili – citofonare Madrid per gli ultimi aggiornamenti da uno spogliatoio in ebollizione costante – e di far parlare bene di sé praticamente qualsiasi giocatore in circolazione sul pianeta sembra aver trovato il suo posto nel mondo. Non che da allenatore di club sia andata male, anzi, ma in questo Mondiale appena cominciato in cui il Brasile si appresta a scendere in campo per il debutto contro un avversario scorbutico come il Marocco l’attesa nei confronti di “Carletto” è ai massimi livelli. L’arrivo di Ancelotti alla guida della Seleçao è avvenuto sostanzialmente per acclamazione, sospinto dal parere positivo delle stelle allenate a Madrid, e per una delle culle del calcio globale la decisione di accettare un papa straniero non è stata parte di un processo semplice. Il Brasile ha accettato di rinunciare a un pezzo di sé per uscire da uno stallo che sta durando da troppo tempo: i verdeoro non arrivano in finale a un Mondiale dal 2002, quando vinsero sull’onda della seconda versione di Ronaldo il Fenomeno, ispiratissimo negli ultimi venti metri di campo e decisamente meno dal parrucchiere, con la mezzaluna di capelli sulla fronte e tutto il resto rasato. A livello continentale, invece, l’ultimo titolo è la Coppa America del 2019, arrivata nell’edizione casalinga battendo il Perù al Maracanã, in una sorta di lieve risarcimento per la delusione mondiale di cinque anni prima con il “Mineirazo” contro la Germania.Il Brasile non è la favorita principale del torneo, ma nell’undici titolare può far paura a chiunque. Ancelotti, nel lungo cammino di avvicinamento al Mondiale, ha detto di avere sempre avuto le idee chiare: “Sapevo già i nomi di 24 dei giocatori che avrei convocato, i più difficili sono stati gli ultimi due”, ha detto a The Athletic. Strada facendo, in questi mesi, ha perso pezzi importanti, da Éder Militão a Rodrygo fino a Estevão. L’ultimo forfait è stato quello di Wesley, proprio a ridosso del debutto. Chi invece ci sarà, nonostante l’età, i problemi fisici e i dubbi immancabili su una figura capace più di ogni altra di catalizzare e polarizzare il dibattito calcistico in Brasile, è Neymar. La sua convocazione per il Mondiale è diventata praticamente un affare di stato, ma per un allenatore che ben conosce l’animo umano e i venti che spirano attorno ai colossi calcistici, lasciare a casa la stella del Santos avrebbe provocato più tumulti che benefici. E allora ben venga il gettone giocato per il ventiseiesimo slot: Neymar che va al Mondiale è una storia che va persino oltre il Mondiale stesso, diventa un murales da esibire in patria, il segno che una certa anima del paese non è stata persa pur con l’arrivo di un commissario tecnico forestiero. Da sempre, del resto, Ancelotti non si limita ad allenare i giocatori, ma le persone. E pur nella necessità di rimettere ordine in una Nazionale che quella parola ce l’ha scritta addirittura sulla bandiera, ha scelto di concedersi un piccolo strappo alle regole, perché il rischio che Neymar diventi oggetto di discussione è altissimo: al primo passaggio a vuoto, se arrivato con il classe 1992 in panchina, il movimento popolare di reazione renderebbe la pressione quasi insostenibile.Si è affidato, per il resto, a vecchi bucanieri per compattare il gruppo (Casemiro, Fabinho, Danilo, Alex Sandro), alle colonne difensive Gabriel e Marquinhos reduci con umori opposti dalla finale di Champions League – e l’abbraccio del capitano del Paris Saint-Germain al collega dell’Arsenal dopo il rigore sbagliato che è costato la coppa ai Gunners ci ha proiettato inevitabilmente già al Mondiale – e a un talento offensivo enormemente variegato. Da Raphinha a Vinicius Junior, dai giovani devastanti Rayan ed Endrick fino al “super-sub” Martinelli, passando per la scelta di Matheus Cunha e Igor Thiago, con qualcuno rimasto a chiedersi se non potesse esserci spazio pure per João Pedro. La grande sfida sarà far sì che il Brasile non si perda nella sua metà campo, confidando di riuscire a tirare fuori qualcosa da questa vastità di talento in attacco: non a caso, Ancelotti ha spesso ribadito che alle spalle dei trionfi iridati dei verdeoro c’è sempre stata, oltre alla forza offensiva, dalla coppia Romario-Bebeto al terzetto Rivaldo-Ronaldinho-Ronaldo, anche una fase difensiva granitica, garantita da una mediana muscolare nel 1994 e da una folta difesa nel 2002. L’ultimo a salire sull’aereo è stato l’atalantino (ancora per pochissimo) Ederson, chiamato in fretta e in furia per rimpiazzare Wesley, segno che Ancelotti potrebbe avere qualcosa di particolare in mente anche a livello tattico.Come da celebre massima di Oscar Washington Tabárez, Ancelotti fa parte di quel gruppo di allenatori che preferiscono la persuasione all’imposizione: “Parlare con i giocatori non è una debolezza – ha spiegato nella già citata intervista a The Athletic – perché io devo trasmettere le mie idee di calcio alla squadra. In campo non voglio soldati, ma persone convinte di quello che stanno facendo in campo. Cerco sempre di avere una relazione con le persone, non con i giocatori: sono persone che giocano a calcio”. Il grande punto interrogativo è forse la brevità del ciclo fin qui impostato da Ancelotti, che alla guida del Brasile ha allenato solamente 12 partite, e le ultime otto sono state amichevoli. Ma un torneo con una prima fase così morbida, in cui farsi eliminare nei gironi sembra un’impresa, potrebbe essere l’arma in più dell’uomo di Reggiolo, che plasmerà la sua squadra tra una partita e l’altra, tornando a respirare quel clima da Mondiale americano che Ancelotti respirò anche 32 anni fa, seduto al fianco del suo vecchio maestro Arrigo Sacchi. Il Brasile se lo ritrovò davanti a Pasadena e non finì benissimo, tra le lacrime di Roberto Baggio e Franco Baresi. Chissà se Carletto ci ha pensato almeno una volta in questi mesi.