A forza di diventare sempre più europeo, credendo che bastasse a essere più scaltro e più concreto, il Brasile è finito come le antiche potenze più superate, che hanno perso la loro differenza, quelle che hanno venduto la propria anima senza nel frattempo riuscire ad aggiornarsi. Ha preso da un pezzo d’Europa la cautela mentre un’altra porzione del continente - la Francia, la Spagna - nel tempo gli ha preso la tecnica, la fantasia e il talento. Così i maestri sono rimasti senza una scuola riconoscibile, fuori agli ottavi con cinque stelle sulla maglia e un’attesa della sesta che nel 2030 toccherà i ventotto anni.

Pensare che sia stato eliminato per aver tradito il cliché del jogo bonito è una semplificazione. Anche i Brasile del 1994 e del 2002 erano prudenti - prudenti e moderni. Non erano squadre ingenue né fedeli a una presunta purezza originaria. Erano brasiliane perché la disciplina liberava Romário e Bebeto, oppure Ronaldo, Rivaldo e Ronaldinho. L’organizzazione era intervenuta per proteggere la sua differenza, ma non la cancellava.

Questo Brasile, invece, sembra aver copiato dall’Europa alcuni segni esteriori, dall’occupazione degli spazi all’attenzione per le transizioni, senza però raggiungere una qualità collettiva. La sconfitta con la Norvegia invita a una cautela. Il Brasile ha avuto le sue occasioni. Ha sbagliato un rigore che gli avrebbe permesso di giocare sull’1-0 dal 14’ prima che Haaland lasciasse il segno con due gol tardivi. Una singola eliminazione può contenere molto caso. Ma questo è il peggior Mondiale brasiliano dal 1990 e continua una serie senza finali iniziata nel 2006. Qualcosa deve voler dire.