di
Aldo Cazzullo, nostro inviato a Vancouver
Ai momenti difficili ha sempre risposto vincendo. A 67 anni vive il suo primo Mondiale, fedele agli insegnamenti di Sacchi e alla leggerezza di Liedholm
La scena in cui i calciatori brasiliani, dopo lo scampato pericolo contro il Giappone, sono corsi ad abbracciarlo ha un precedente. Dopo la finale di Champions del 2014 vinta con l’Atletico Madrid, i giocatori del Real invasero la sala della conferenza stampa e gli saltarono addosso cantando: «Como no te voy a querer?», come potrei non amarti?Già: come si può non amare Carlo Ancelotti, ultimo italiano in corsa al Mondiale? Infatti i brasiliani, che lo chiamano Anseloci, lo adorano. E non solo perché ha portato dignitosamente agli ottavi un Brasile finora non all’altezza della sua tradizione, e sta pure imparando l’inno nazionale (l’inno brasiliano, enfatico e romantico più ancora del nostro, è difficilissimo).
Ancelotti è un finto calmo. In realtà è un emotivo. Un passionale. Emiliano di campagna. Nils Liedholm lo voleva alla Roma, ma esitava: per lui i grandi centrocampisti dovevano essere della Bilancia, come lui, e come Falcao; Ancelotti è dei Gemelli. Poi andò a casa del padre a Reggiolo, assaggiò il suo parmigiano, e si convinse: «Ancelotti è l’uomo giusto». Un giorno Liedholm lo beccò in macchina con un compagno e due ragazze. Un altro l’avrebbe rimproverato. Il Barone chiese: «C’è un posticino anche per me?».







