Il Pnrr volge al termine. Ha certamente sostenuto la crescita, ma ha anche rallentato l’assorbimento dei fondi strutturali 2021-2027, specie in Italia. La sovrapposizione tra strumenti richiede semplificazioni coraggiose nella programmazione dei fondi.
I Piani nazionali all’ultimo capitolo
Per l’Unione europea si preannuncia un’estate rovente. Non tanto (o non solo) per la più intensa ondata di calore che si ricordi, ma per la frenetica rincorsa finale dei paesi membri dell’Unione a smarcare i traguardi previsti dalla Recovery and Resilience Facility (Rff) entro la scadenza tassativa del 31 agosto.
È ovviamente prematura qualsiasi valutazione di merito sull’efficacia del gigantesco piano di investimenti da 750 miliardi di euro (di cui 575 strettamente riferibili alla Rff, tre quarti dei quali già erogati, come si desume dai dati ufficiali della Commissione) nel conseguire gli ambiziosi obiettivi di riassetto strutturale che si prefiggeva. Rassicura che l’impegno a svolgere questa valutazione sia sancito dal regolamento istitutivo della misura (n. 241 del 12 febbraio 2021), il cui art. 24 prevede che entro il 31 dicembre 2028 venga diffusa «una relazione di valutazione ex-post indipendente». Certo non aiuterà il valutatore la vorticosa sequenza di revisioni dei Piani nazionali richiesta da 22 dei 27 Stati membri (otto nel caso dell’Italia, l’ultima sottoposta a Bruxelles poco prima della cut-off date del 31 maggio scorso) che ne hanno modificato in misura non trascurabile il contenuto iniziale.












