Ei fu … il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è ormai terminato, almeno in termini della scadenza ufficiale (30 giugno scorso) per raggiungere gli ultimi “traguardi” e “obiettivi” da cui dipendeva l’erogazione dei finanziamenti concordati con l’Ue (194 miliardi, che hanno cominciato a fluire nelle casse dello Stato italiano a partire dal 2021). Certo ci sono un po’ di strascichi. L’erogazione dell’ultima rata richiederà ancora qualche mese. Attraverso escamotage contabili, ci è stato concesso di realizzare alcune delle misure previste dal Pnrr anche dopo il 30 giugno. E ci vorranno decenni per rimborsare i prestiti dell’Ue attraverso cui è stata erogata la maggior parte delle risorse (il resto erano finanziamenti a fondo perduto). Ma il grosso è fatto. Con che risultati?Il Pnrr aveva due obiettivi: il primo (la prima R) era consentire una rapida ripresa dell’Italia dalla crisi Covid attraverso un’iniezione di miliardi e di fiducia. Grazie anche ai massicci interventi della Bce nel 2020-21, l’obiettivo è stato raggiunto: il rimbalzo dell’economia italiana dopo il Covid è stato più rapido del previsto e di quanto osservato per la maggior parte degli altri Paesi Ue. Il secondo (la seconda R) era di rendere l’Italia più resiliente a shock esterni. Questa resilienza doveva essere ottenuta innalzando il nostro tasso di crescita di lungo periodo (la crescita del Pil “potenziale”, ovvero della nostra capacità produttiva): in un Paese affetto da una crisi demografica profonda questo richiedeva aumentare il tasso di crescita della produttività, ossia del prodotto per occupato.Non ci sono segni che questo secondo obiettivo sia stato raggiunto. Il tasso di crescita effettivo del nostro Pil, dopo l’exploit del 2021-22, è stato deludente (1% nel 2023, 0,7% nel 2024, 0,5% nel 2025). Certo, in questo periodo il Pil effettivo può essere stato penalizzato da una domanda interna debole. Ma quella esterna è stata forte (vedi buon andamento delle esportazioni). Certo, ci vorrà tempo prima che gli investimenti e alcune riforme del Pnrr (la riduzione dei tempi della giustizia e qualche passo avanti nel semplificare la burocrazia italiana) abbiano effetto. Ma ci si poteva comunque aspettare che, dopo cinque anni, dalla posa della prima pietra, si cominciasse a vedere qualche risultato, compreso in termini di produttività: purtroppo, il forte aumento dell’occupazione nel 2023-24 ha invece coinciso con una caduta della produttività, in controtendenza rispetto agli obiettivi del Piano.A voler essere ottimisti, si potrebbe sostenere che, se non ci fosse stato il Pnrr, le cose sarebbero andate anche peggio: invece di un tasso di crescita medio nel triennio dello 0,7%, magari la crescita sarebbe stata nulla, o negativa. Possibile, ma perché il nostro tasso di crescita di medio periodo, che negli anni precedenti il Covid era stato di oltre un punto percentuale, avrebbe dovuto crollare sottozero?Cosa si può concludere? Premesso che un giudizio completo è prematuro, le aspettative sembrano essere state almeno in parte deluse, per ora. Forse gli investimenti non erano quelli giusti, forse le riforme non sono state portate avanti con abbastanza energia, o forse gli obiettivi erano troppo ambiziosi. Sia come sia, il mondo non finisce col Pnrr. Riformare l’economia italiana è ancora un “lavoro in corso”, da portare avanti con rinnovata energia.