<p>Forse è ancora presto per un bilancio serio e compiuto del mitico Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza <strong>scaduto martedì 30 giugno</strong>.
Il<strong> Pnrr</strong> avrebbe dovuto mettere il <strong>turbo all’Europa</strong>, consentendo soprattutto ad alcuni Paesi membri di colmare lacune rilevanti accumulate ancor prima della pandemia.
Ed è su questo punto che già si può parlare di qualche risultato raggiunto, ma anche di molte occasioni perdute.<br> La prima e più importante riguarda l’<strong>impatto pressoché inconsistente</strong> sulla <strong>crescita economica</strong> di un’iniezione di denaro così imponente.
Dei <strong>198 miliardi previsti </strong>ne sono stati <strong>incassati finora 166</strong>, con una <strong>spesa effettiva di 120</strong>.
Somme dell’ordine di grandezza di alcune leggi finanziarie, che hanno però consentito al ritmo di crescita del prodotto interno lordo italiano di mantenersi a malapena sul tradizionale zerovirgola che caratterizza l’economia italiana ormai dall’inizio del secolo.













