Tempo di bilanci per il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il maxi programma di investimenti e riforme finanziato dalla Commissione europea per rilanciare l'economia del Continente dopo le secche della pandemia è arrivato alle battute finali. Oggi è dato spartiacque che segna la fine del piano da 194,4 miliardi di euro, quella che in teoria dovrebbe comportare la scadenza dei traguardi necessari a poter richiedere la decima e ultima rata da 28,4 miliardi. In realtà la rendicontazione e la fine reale sarà il 31 agosto prossimo e una coda lunga delle risorse potrà essere utilizzata fino al 2029. Ma oggi resta una sorta di D Day, con un'ampia fetta di target da raggiungere, quelli previsti per la prima metà del 2026.Ed è anche il momento di iniziare a capire quanto e come le risorse del Next Generation Eu hanno influito sull'economia dell'Italia, il principale beneficiario dei fondi stanziati da Bruxelles e il Paese con il Pnrr più grande e articolato tra quelli dei 27 Stati della Ue. In realtà se ne discute da settimane tra chi sottolinea la spinta arrivata in questi anni e chi parla di occasione persa con la crescita sempre ferma attorno allo zero virgola qualcosa.

Di certo è che se in questi anni l'economia nazionale si è espansa, in buona parte è stato per l'apporto del Recovery e per la sua capacità di sostenere gli investimenti pubblici. «La ripresa degli investimenti ha rappresentato la principale discontinuità degli ultimi anni.L'aumento ha riguardato le costruzioni, ma anche macchinari e beni intangibili, componenti essenziali per le prospettive di crescita», ha sottolineato il governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, nelle sue ultime Considerazioni finali. «Il contributo pubblico è stato rilevante. Tra il 2021 e il 2025 gli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza hanno superato i 100 miliardi, contribuendo per il 30 per cento all'accumulo complessivo». Per il numero uno di Palazzo Koch: «è ancora presto per valutare gli effetti sul potenziale di crescita. Molto dipenderà dalla capacità di dare continuità allo sforzo di modernizzazione». I calcoli sono comunque possibili. Ad esempio, secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio, l'organismo indipendente che valuta l'aderenza delle politiche economiche, l'impatto sul livello del pil, ossia sul valore del prodotto interno lordo, da distinguere dal tasso di crescita, sarebbe invece a circa 1,8 punti percentuali nel 2026.Questo vuol dire che rispetto a uno scenario senza il sostegno del Piano il prodotto interno lordo sarebbe più alto di circa 46 o 47 miliardi. L'anno in corso rappresenta il picco della forza propulsiva del piano per effetto dell'accelerazione impressa dall'imminente chiusura di diversi progetti. Tra il 2021 e il 2024 gli interventi del Piano, calcola ancora l'Upb, avrebbero invece portato ad un innalzamento del livello del pil di circa 1%. Ci è voluto un po' di tempo per far entrare le risorse in circolo e dopo aver trascorso i primi anni di attuazione a costruire la cornice legislativa per poi calare il Recovery in interventi concreti e riforme realizzate.Il contributo del Pnrr si è quindi rafforzato nel biennio successivo. Una volta chiuso il Recovery l'onda lunga di quanto fatto continuerà a farsi sentire, sebbene con minore intensità, fino a scendere all'1,1% nel 2030. Un qualcosa come 23 miliardi circa. Questo per il «graduale riassorbimento dell'impulso di spesa», notano gli esperti dell'Ufficio parlamentare di bilancio. In un altro scenario che prende in considerazione gli effetti delle misure addizionali del Piano, quelle cioè non previste prima che fosse lanciato il Recovery, la spinta al 2030 potrebbe addirittura arrivare al 2,6%. «Investimenti pubblici a elevato grado di efficienza e complementarità con il capitale privato potrebbero avere effetti rilevanti sul livello del pil ben oltre la conclusione del Piano», si legge nei documenti dell'Upb. In alcuni scenari più limitati l'impatto futuro si aggira tra i 1,5 e 2 punti, a seconda dell'efficienza, bassa oppure media, degli investimenti in campo.Si tratta di simulazioni. Alcune misure aggiuntive potrebbero essere realizzate anche senza il Piano. Oppure ci sarebbero potuti essere investimenti alternativi per sostituirli. In un modo o nell'altro un certo grado di contributo alla crescita ci sarebbe potuto essere. Il dato di fatto è però che il Recovery c'è stato. Gli investimenti sono stati messi in campo e le cose sono state fatte. Il pil ne ha giovato e di sponda hanno anche contribuito a rafforzare l'opinione degli investitori internazionali sull'Italia. I giudizi delle agenzie di rating che a partire dalla primavera del 2025 hanno iniziato a rivedere al rialzo le valutazioni sul Paese ripetono tutte che uno dei punti di forza è stata proprio l'attuazione del piano di resilienza e il suo contributo al rilancio degli investimenti.«Una brusca frenata degli investimenti pubblici al termine del Pnrr appare improbabile, grazie alla possibilità di utilizzare nei prossimi anni parte delle risorse ancora non spese e agli impegni assunti dal Governo nel Piano strutturale di bilancio di medio termine», nota ancora Panetta. Un altro lascito dei 194,4 miliardi del Next Generation Eu.