Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiPer il Pnrr il Big Ben ha detto stop. Ieri è suonata formalmente la campanella finale sui cantieri del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il programma di riforme e investimenti da 194 miliardi di euro (di cui 124,5 sotto forma di prestiti e quasi 70 di sovvenzioni) che negli ultimi 5 anni ha impegnato l’Italia in una profonda opera di trasformazione economica e sociale grazie ai fondi del Next Generation EU erogati dall’Europa per rilanciare i territori dopo lo shock del Covid. Ma la deadline per il completamento dei lavori non è scattata per tutti.

Per i progetti Pinqua (rigenerazione urbana nelle periferie delle grandi città) ci sarà tempo fino al 14 agosto, per completare le opere sul trasporto rapido di massa (tram) la scadenza è slittata al 31 luglio, per realizzare scuole innovative, cablate e dotate di nuovi ambienti di apprendimento e laboratori (il progetto Scuola 4.0) i lavori potranno essere ultimati entro il 31 agosto.

Ecco perché, di proroga in proroga, di deroga in deroga, la scadenza di ieri è solo formale e per capire se il Pnrr sia stato davvero un successo o l’ennesimo fallimento italico bisognerà attendere quantomeno la fine dell’anno, quando si potrà avere un quadro preciso dei cantieri effettivamente completati, delle risorse effettivamente spese e di quelle che invece andranno restituite. Ma, rendicontazione a parte, da oggi, primo giorno del post Pnrr, inizia la vera sfida: quella della valorizzazione e messa in opera di ciò che è stato realizzato. Asili, scuole, ospedali, case di comunità, autobus ecologici, linee di alta velocità ferroviaria dovranno essere mantenuti in vita e manutenuti. E per farlo serviranno risorse interne (e non più provenienti dall’Ue) che andranno inevitabilmente ad accrescere la spesa corrente delle amministrazioni centrali e locali.