IL Pnrr – l’enorme Piano di investimenti pubblici con fondi Ue – si prepara a scalare le marce fino a fermare la sua corsa. Per il 30 giugno 2026 molti progetti chiave dovevano essere conclusi per poi girare un rendiconto a Bruxelles e ottenere le ultime rate. «Per questo motivo», spiega Emanuele Veratti, senior partner di Bain & Co., «il mondo delle infrastrutture ha cerchiato di rosso quella data per la sua rilevanza». Una data che segna l’inizio della fine del Pnrr.
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Pressione delle scadenze europee e corsia preferenziale sugli appalti; disciplina degli obiettivi e legame virtuoso tra risultati e versamento delle nuove rate: l’eccezionalità del Piano, in termini di filosofia amministrativa, è tutta qui.Conferma Bain & Co. che «il focus è stato spostato dalla spesa dei finanziamenti disponibili alla capacità di indirizzare, generare e misurare gli impatti reali».
Per questo motivo, quando il Pnrr avrà esaurito la spinta propulsiva, l’Italia non avrà solo il problema di trovare nuovi soldi da fonti alternative. Dovrà anche evitare quei cantieri del passato, che partono tardi, durano troppo e cambiano pelle generando costi crescenti.
Il problema della lentezza, l’abbiamo arginato. La Banca d’Italia osserva che, tra il 2021 e il 2025, i contratti Pnrr sono stati aggiudicati con una frequenza superiore di un quarto rispetto all’attività ordinaria e con tempi più rapidi. Il valore dei bandi, in rapporto al Pil, è stato superiore di oltre il doppio rispetto al decennio precedente. E queste tendenze positive hanno interessato le infrastrutture digitali, ferroviarie, elettriche e idriche.












