Il 30 giugno si è chiusa, almeno nella sua parte più concreta, la stagione del Pnrr: quella dei cantieri, degli interventi, delle scadenze affidate ai comuni, delle opere da chiudere e delle amministrazioni obbligate a dimostrare di saper trasformare i soldi in risultati. La chiusura formale europea avrà ancora i suoi passaggi, le sue rendicontazioni, i suoi controlli. Ma politicamente la data è stata quella. Ed è una buona occasione per dire una cosa semplice: il Pnrr merita un elogio. Non perché sia stato perfetto. Non perché ogni euro sia stato speso nel modo migliore. Non perché la spesa pubblica sia diventata all’improvviso il motore infallibile della crescita. Nicola Rossi sul Foglio ha scritto una cosa giusta: il Pnrr non è stato l’occasione persa, l’occasione persa è stata non usare il Pnrr per discutere seriamente dei limiti della spesa pubblica. Ma proprio da qui bisogna partire per riconoscere il merito di questa stagione. Il Pnrr ha costretto l’Italia a fare i conti con un principio che spesso rimuove: i soldi non bastano, servono obiettivi, tempi, controlli, responsabilità.Per l’Europa è stato un salto politico enorme. Bruxelles non è stata solo il luogo dei vincoli, dei parametri, delle lettere e dei richiami, ma il luogo in cui un debito comune è diventato una disciplina comune. Per l’Italia è stato uno choc salutare. I numeri dicono che, dei 194,4 miliardi attribuiti al nostro paese, 166 sono stati incassati, 120 risultano spesi, tutti i 416 target sarebbero stati raggiunti e, su 660 mila progetti finanziati, solo circa il 15 per cento non sarebbe ancora ultimato, pur essendo in stato avanzato. Ma il punto vero è culturale. Il Pnrr ha responsabilizzato i comuni perché li ha messi davanti a una verità elementare: chiedere risorse è facile, usarle bene è governo. Ha responsabilizzato lo stato perché ha reso misurabile ciò che di solito resta vago. E ha convinto perfino molti euroscettici che l’Europa, quando non si limita a sorvegliare ma investe, può diventare una leva nazionale. Il Pnrr non ha cambiato l’Italia per sempre. Ma ha mostrato che un’Italia più seria è possibile. Non è poco.