Il tempo delle parole sta per finire. Tra un mese, il prossimo 30 giugno, dal Pnrr sarà tolto il velo delle asettiche percentuali. E resterà la nuda verità, nel bene e nel male. Verità di cui il Paese ha bisogno e diritto: a quattro settimane dal bivio finale, è infatti ai limiti dell’impossibile prevedere quali opere rischino il definanziamento, in che misura, per quale motivo, con quali concrete possibilità di “recupero”. Altrettanto difficile è poter dire oggi, con assoluta certezza, se le infrastrutture materiali, immateriali e sociali – tra queste nidi, ospedali di comunità, case della salute… – potranno camminare sulle proprie gambe. A riprova di un processo cui ha sempre fatto difetto la piena trasparenza, come dimostra ad esempio la maionese impazzita dei numeri sulla Banda larga. D’altra parte, parliamo di un Piano che ha subito ben 7 revisioni da parte del Governo in carica. Ciò ha causato una oggettiva difficoltà nella verifica: perché un conto, ad esempio, è conteggiare come risultato gli iscritti al programma Gol (Garanzia occupabilità lavoratori), costato 5 miliardi, altro è conteggiare come risultato la loro effettiva introduzione nel mercato del lavoro.I macronumeri sono noti, e li ricorda costantemente OpenPnrr. Per quanto riguarda gli investimenti, spiega il portale che monitora il Piano, l’Italia ha speso a fine 2025 circa 104 miliardi sui 194 di finanziamento destinati a 280mila progetti. Ovvero il 53,8%. E più di 100 misure, corrispondenti a decine di migliaia di progetti, sono considerate «in ritardo». Proprio ieri la Corte dei Conti ha aggiornato il dato al 58% di spesa raggiunto a febbraio. Plausibile che si sia arrivati oltre il 65%, va ancora colmato un ampio gap in poche settimane.L’Ue ha apprezzato lo sforzo dell’Italia. «Se dovessi dire quale Paese ha avuto il miglior risultato o fatto i maggiori progressi nell’attuazione del Pnrr, direi che è l’Italia», ha detto pochi giorni fa a Milano Declan Costello, alto funzionario della Commissione.Il punto però resta la vaghezza in cui si naviga, la differenza tra obiettivi burocratici e ricadute. Lo sottolinea anche Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, associazione che riunisce 500 imprese (le quotate rappresentano oltre il 90% della capitalizzazione di Borsa): «Il Piano ha sofferto costantemente di una mancanza di trasparenza. Dal punto di vista formalistico probabilmente siamo in carreggiata, ma se la misurazione degli obiettivi ha più un valore amministrativo che pratico e concreto, allora abbiamo e avremo un problema. Nei fatti non abbiamo la possibilità di capire appieno cosa ha prodotto e sta producendo il Pnrr. Il mio auspicio è che almeno il 30 giugno capiremo qualcosa di più, di modo da poter capire in quale direzione muoverci come Paese». La parte positiva dell’analisi di Firpo riguarda il «metodo»: «Per il futuro ci resta un buon metodo, quello della programmazione degli investimenti e una rendicontazione basata su risultati. In parte sta già accadendo con i Fondi Coesione, ma dobbiamo rendicontare risultati concreti, non milestone amministrative». Anche per il direttore generale di Assonime la grande incognita è il reperimento nei bilanci pubblici delle risorse per far “vivere” le strutture realizzate, soprattutto quelle a servizio delle persone.Si diceva: il 30 giugno è davvero uno spartiacque. Un chiarimento, intanto: non tutte le opere Pnrr “devono” finire il prossimo mese. La scadenza davvero inderogabile è quella del 31 agosto, salvo negoziati supplementari tra Stati e Bruxelles. Ma molti progetti devono dimostrare di aver raggiunto degli obiettivi minimi alla fine di giugno. Sicuramente sono coinvolti nella scadenza del 30 quelli che richiedono il certificato di ultimazione lavori. Nel complesso, alla fine del prossimo mese “scadono” con certezza oltre 60 miliardi di investimenti e circa 60 misure, corrispondenti a circa 45mila progetti gestiti per lo più dagli enti locali. Inoltre, e questo è indubitabile, entro il terzo trimestre vanno raggiunti gli ultimi 159 obiettivi del Piano, in cambio dei quali l’Italia potrà ricevere la decima e ultima rata da 28,4 miliardi.La Corte dei Conti in uno dei suoi ultimi Referti sul Pnrr ha spiegato i principali punti critici di investimenti che dovrebbero essere all’ultimo miglio. «Se il Centro-Nord – scrivono i giudici contabili - presenta livelli più elevati di avanzamento finanziario, nel Mezzogiorno, pur con maggiori risorse e interventi, i valori, sotto il profilo dei pagamenti, sono più contenuti». Al Veneto arrivato al 54%, fa da contraltare la Calabria con un pallido 29%. «I rischi più acuti sulla mancata o parziale attuazione dei progetti», continua la Corte, riguardano «l’assistenza territoriale, l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione». Focalizzando l’attenzione sulle Case della comunità, ad esempio, la Corte dei Conti rileva che l’obiettivo minimo delle 1.038 strutture è a portata di mano, ma al momento solo il 3,8% degli edifici già realizzati è pienamente attivo. Tradotto in soldoni: fatte le mura, chi le abita? E chi paga per farle vivere?Insomma, un momento di verità, una disclosure , serve come il pane. Anche perché più di 122 miliardi sono prestiti da restituire. Alcune decisioni circa il salvataggio di diversi progetti “pendenti” sono state prese, come la divisione in lotti degli interventi più massicci e l’attivazione di Fondi e strumenti finanziari che già oggi hanno in pancia oltre 20 miliardi di euro, finalizzati a proseguire quanto non vedrà la luce nel 2026. Ma basterà? Difficile dirlo senza conoscere il “Pnrr reale”. E rendere noto al Paese il “Pnrr reale” richiede soprattutto coraggio politico.
Il Pnrr scadrà tra un mese. Vi raccontiamo cosa è stato fatto e cosa no
Il 30 giugno suona la campana: la spesa totale accelera, ma è corsa in salita per incassare i 28 miliardi della decima e ultima rata. I rischi dopo la scadenza: progetti incompleti, nuovi divari territoriali e poche risorse per far “vivere” i servizi e le strutture realizzate














