La sentenza di primo grado del processo “Maestrale-Imperium-Olimpo” da un lato riconosce responsabilità pesanti per diversi imputati ritenuti vertici e gregari dei clan del Vibonese, ma dall’altro ridimensiona sia l’impalcatura per altri di quegli esponenti e soprattutto ridisegna il fattore dei rapporti esterni che vedeva accusati professionisti, imprenditori, amministratori pubblici, sanità, politica e presunti colletti bianchi, usciti per una grande maggioranza assolti
VIBO VALENTIA – Non si è ancora spenta l’eco della sentenza di primo grado del processo “Maestrale-Imperium-Olimpo” che ha cristallizzato 99 assoluzioni, 3 non luoghi a procedere e 79 condanne. Il verdetto pronunciato ieri (1 luglio 2026) dal presidente del Tribunale Collegiale, Rossella Maiorana, ha di fatto sancito due aspetti: da un lato tiene tutto sommato l’impalcatura accusatoria nei confronti di una parte dei presunti vertici e gregari dei clan vibonesi alla sbarra, dall’altra invece naufragano le accuse nei confronti dei professionisti e imprenditori del territorio.
LA SENTENZA DI “MAESTRALE” PER MANCUSO, ACCORINTI E ALTRI
Per quanto concerne il primo aspetto ci sono da segnalare le condanne nei confronti di Luigi Mancuso (13 anni contro i 12 chiesti dalla Dda di Catanzaro), considerato il vertice della ‘Ndrangheta del Vibonese, di Giuseppe Antonio Accorinti (12 anni e 7 mesi contro i 18 richiesti), ritenuto boss della Locale di ’ndrangheta di Zungri, di Pasquale Pititto (20 anni contro 21) e Salvatore Pititto (16 anni a fronte dei 22 avanzati), Armando Galati (21 anni) e Rocco Galati (16 anni contro i 17 richiesti), Paolo Mesiano (11 a fronte dei 17) e Antonio Mesiano (17 anni contro 21 avanzati), Salvatore Prostamo (6 anni e 6 mesi) e Saverio Prostamo (9 anni e 10 mesi contro i 12 richiesti), e infine Fortunato Tavella (16 anni 8 mesi contro i 21 richiesti), tutti posti dagli inquirenti a capo delle varie ’ndrine di Mileto.













