La sentenza del maxiprocesso Maestrale-Olimpo-Imperium non si presta a una lettura semplice. Non è una bocciatura totale dell’inchiesta, ma neppure una piena conferma dell’impianto accusatorio costruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Da una parte riconosce responsabilità pesanti per diversi imputati indicati dall’accusa come espressione o riferimento delle cosche del Vibonese. Dall’altra ridimensiona in modo significativo il capitolo dei rapporti esterni: quello che, nelle carte della Dda, chiamava in causa professionisti, imprenditori, amministratori pubblici, sanità, politica e presunti colletti bianchi.

Il dato numerico racconta già una parte della storia: 79 condanne, 99 assoluzioni e 3 pronunce di non doversi procedere. Un bilancio enorme, maturato al termine di un processo celebrato davanti al Tribunale collegiale di Vibo Valentia, presieduto da Rossella Maiorana. In aula si è chiuso il primo grado di un procedimento che ha riunito tre grandi filoni investigativi: Maestrale, Olimpo e Imperium.

Il cuore mafioso regge, ma non tutto

Le pene più pesanti colpiscono alcune figure considerate centrali nello scenario criminale vibonese. Luigi Mancuso, ritenuto dagli inquirenti figura apicale della ’ndrangheta di Limbadi e nome di assoluto peso negli equilibri criminali della provincia di Vibo Valentia, è stato condannato a 13 anni e 4 mesi, a fronte di una richiesta della Dda di 12 anni.