di Giuseppe Capotosto
Dal 1° luglio scatta una grande novità per i neoassunti del settore privato riguardo il meccanismo del silenzio-assenso per il TFR (Trattamento di fine rapporto). Secondo quanto disposto dalla Legge di Bilancio 2026 (legge n. 199/2025), infatti, chi non esprimerà un rifiuto esplicito entro 60 giorni vedrà la propria liquidazione indirizzata automaticamente alla previdenza complementare. Un ribaltamento totale rispetto al passato, che riduce i tempi di decisione e trasforma l’inerzia in una scelta predefinita.
L’architettura della riforma solleva rilevanti interrogativi sul piano della reale consapevolezza del lavoratore. Sebbene la normativa imponga alle aziende di consegnare un’informativa dettagliata al momento dell’assunzione, la firma dei moduli burocratici di onboarding avviene spesso in un contesto frenetico. In assenza di una diffusa cultura economica, il rischio concreto è che il termine dei 60 giorni decorra senza una reale valutazione da parte del dipendente.
Si tratta di un passaggio cruciale anche a causa del principio di asimmetria decisionale introdotto dalla norma. Se un lavoratore decide entro la scadenza di mantenere il TFR in azienda, conserva la totale libertà di cambiare idea in futuro e aderire a un fondo previdenziale. Al contrario, qualora il TFR confluisca nella previdenza complementare — sia per scelta esplicita che per effetto del silenzio-assenso — la decisione diventa giuridicamente irreversibile: non sarà più possibile riportare le somme accantonate all’interno del perimetro aziendale.














