Fine giugno è quel periodo in cui negli uffici o ci si affanna per cercare di completare alcuni lavori prima della pausa estiva, oppure si è in una languida attesa di quest’ultima ripetendosi “ne riparliamo a settembre”. Si può forse dire che, in questo caldo giugno, la situazione sia simile per l’Italia e per il suo governo. A fine mese, infatti, finisce il Pnrr: l’enorme piano di investimenti proveniente da fondi europei approvato nel 2021 e non più prorogabile, che ha portato al nostro Paese 194,4 miliardi. Con che risultati? E che lezione ne possiamo trarre?
Il bilancio economico è in chiaroscuro. Secondo le prime stime, il Pnrr avrebbe prodotto un aumento totale del PIL italiano del 2% su una crescita del 7% dal 2022 al 2025 (la prima rata è stata incassata nell’aprile 2022). Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, però, quest’anno senza gli investimenti del Pnrr il PIL sarebbe cresciuto mezzo punto in meno rispetto allo 0,6% previsto: quindi essenzialmente la crescita del Paese nel 2026 si dovrà quasi esclusivamente agli investimenti europei.
Quest’ultimo dato è in linea con alcune affermazioni del ministro dell’Economia Giorgetti, che in passato ha avuto modo di affermare come la politica di crescita del Governo coincidesse sostanzialmente con l’attuazione del Pnrr. Per valutare il suo effetto, quindi, dovremmo confrontarlo con ciò che avrebbe investito il Governo nel caso non ci fosse stato: ma questo non è ovviamente possibile saperlo, anche se si può facilmente presumere che lo stanziamento non avrebbe avuto la stessa entità o concretezza.












