MILANO – Mo’taz, Leyla, Mohammad. Anche chi ha ottenuto una qualche forma di protezione nell’UE in questi anni combatte ogni giorno con la burocrazia e con dolorosi ricordi ancora troppo vividi. Dal viaggio ai debiti non ancora saldati, dai campi al terrore di essere fermati senza documenti. Con l’eterna sensazione di dover ricominciare da sotto zero. Comimcia così il reportage dal Nord dell’Europa di Anna Clementi sull’ultimo numero di Altreconomia, la rivista nata nel 1999 e diretta da Duccio Facchini, che pubblica inchieste, reportage, interviste e approfondimenti sul sistema economico e il suo funzionamento.
L’articolo prosegue: “Vi ricordate quei ragazzi partiti dalla Serbia nascosti in un camion?”... “Era un camion di fertilizzanti. I loro corpi furono trovati dopo mesi in Paraguay. Ecco, io sarei dovuto essere con loro”. Se quel giorno a Šid Mo’taz non si fosse ammalato, in Olanda non ci sarebbe mai arrivato. Hazz. Fortuna, sorte, destino. Mentre sua moglie Leyla condivide al telefono con la sorella, rifugiata in Libano, una nuova ricetta a base di avocado e patate dolci, Mo’taz mostra le foto della Serbia: volti sorridenti, il sogno dell’Europa stampato negli occhi, le manganellate sulla schiena. Fa da sottofondo la canzone di BiGSaM, “law marra bas”, mentre si rincorrono immagini di una Gaza rasa al suolo, distrutta, deturpata. Vicino allo schermo, una bandiera palestinese, una foto del campo profughi di Yarmuk e sette lettere colorate appese alla parete a formare il nome Celinda, arrivata un anno e mezzo fa come una benedizione, dopo che Leyla era riuscita a raggiungere Mo’taz ad Amsterdam, insieme al loro primo figlio Ahmad.











