Il gregge di pecore scende dalla collina, si schiaccia sul piccolo sentiero lungo il muro di cinta, passa davanti al cancello d’acciaio sormontato dalla bandiera italiana. Sui cartelli triangolari, firmati dalla Questura di Roma, c’è il disegno di un serpente e un avviso: «Attenzione rettili». Eccolo qui il centro di Gjader, fortemente voluto dal governo italiano: inutile, costoso, dannoso. Da quando è stato costruito anche la vita dei pastori è diventata più complicata, questi 70mila metri quadrati di prefabbricati hanno sconvolto l’ambiente, i piccoli corsi d’acqua e le rotte degli animali. Non quella dei rettili, però, che testardamente continuano a cercare di attraversare il centro, da cui i cartelli.

Gjader è isolato, e non per caso: doveva essere più lontano possibile dagli occhi degli elettori albanesi. Da qui non si sentono i rumori delle proteste che stanno scuotendo Tirana, tra sagome di fenicotteri e «Rama dimettiti», ma è chiaro che la situazione per il Protocollo Italia-Albania non potrebbe essere peggiore: per poter cambiare (di nuovo) la destinazione d’uso del centro bisognerebbe modificare il Protocollo; l’idea che possa diventare un «hub di rimpatrio», prevista dalla nuova normativa europea, sembra insostenibile per un governo che ogni sera vede riempirsi le strade di manifestanti.