Dai documenti interni della cooperativa che gestisce i centri voluti dal governo italiano emerge l’orrore quotidiano vissuto dalle persone recluse
immigrazione
Un migrante minaccia di tagliarsi la carotide con un pezzo di vetro. Un altro chiede altri farmaci e si ferisce. Anche un altro fa la stessa cosa e un altro ancora prova a cucirsi le labbra con un filo di ferro. Uno dà fuoco ai suoi vestiti. E poi risse, rivolte e altri episodi di autolesionismo. Così per 48 giorni. È la ricostruzione delle sofferenze dei migranti rinchiusi nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) voluto in Albania dal governo italiano. Il periodo preso in esame va dall’apertura del centro, l’11 aprile 2025, fino al 28 maggio dello stesso anno.
Episodi rivelati ora per la prima volta da un’inchiesta dal giornalista Luca Rondi, della rivista italiana Altreconomia, che ha potuto avere accesso – dopo una lunga battaglia giudiziaria – alle annotazioni contenute nei documenti ufficiali degli operatori di Medihospes, la cooperativa incaricata dal governo Meloni di gestire il centro, che giorno dopo giorno hanno tenuto un registro degli “eventi critici” all’interno della struttura.
La documentazione, circa 40 pagine, è, come ha scritto Rondi, una sorta di scatola nera dell’inferno del “modello albanese”: un resoconto di prima mano della sofferenza quotidiana all’interno del centro che Roma ha presentato come esempio di gestione esternalizzata delle migrazioni. Un percorso lungo il quale si è incamminata l’Unione europea.







