L’entrata in campo di Gianni Alemanno ripropone uno dei miti ricorrenti della destra italiana: quello della «socialità». Già in passato Alemanno se ne è fatto interprete – assieme ad altri esponenti di Alleanza nazionale e poi di Fratelli d’Italia, come Giano Accame e Francesco Storace – nella forma della cosiddetta «destra sociale», che aveva non poche radici nel tentativo di «sfondamento a sinistra» concepito da Pino Rauti. Anche il partito guidato da Giorgia Meloni, pur non potendo essere identificato tout court con quella tradizione, ne ha riattivato parti del lessico e dell’immaginario.

È la destra che non ama Wall Street, non sogna Silicon Valley, non si commuove davanti al lessico aziendale della competitività e non considera il mercato l’ultimo giudice della storia; che guarda con sospetto l’americanismo, la società dei consumi, l’individualismo proprietario, la riduzione dell’uomo a produttore, consumatore, contribuente e spettatore. Pensa oggi Alemanno di poter riattivare queste istanze nella destra «nazionale» di Roberto Vannacci, in una chiave più radicale, identitaria, contro la normalizzazione governativa?

Qui nasce il problema. La destra sociale può criticare il capitalismo come dissoluzione, usura e sradicamento; può denunciare il dominio del denaro, la mercificazione dell’esistenza, la distruzione dei legami comunitari. Ma non riesce a riconoscere come legittimi proprio gli strumenti politici che potrebbero contenere il potere del capitale: il sindacato, la redistribuzione, la tassazione progressiva, lo Stato sociale, il conflitto di classe. È questo il suo vicolo cieco. Parla contro il capitalismo, ma diffida degli strumenti capaci di limitarlo. Denuncia lo sradicamento prodotto dal mercato, ma si ritrae davanti alle politiche che potrebbero correggerne gli effetti. Dice di voler difendere il popolo, ma non accetta il conflitto tra chi possiede e chi lavora. Dice di combattere il cosmopolitismo del denaro, ma finisce per allearsi con chi il denaro lo accumula.