Caro Aldo, a parte il fatto che non si è ancora ben capito il perché Gianni Alemanno si sia fatto quasi due anni di carcere, ma cosa ne pensa del suo immediato connubio con l’ormai onnipresente Roberto Vannacci? Alemanno politicamente appartiene a quella che viene definita «destra sociale» di cui anche Giorgia Meloni si è sempre dichiarata esponente. Ma esiste davvero una destra sociale o adesso ce n’è più di una? Mario Taliani Noceto (Parma)

Caro Mario,bisogna riconoscere a Gianni Alemanno di aver affrontato il carcere con dignità. Era abbastanza normale che adesso finisse nelle braccia di Vannacci. Alemanno era uno dei dirigenti di Alleanza Nazionale. Il primo incarico che ebbi quando nel dicembre 1998 mi mandarono alla redazione romana della Stampa fu quello di seguire Alleanza Nazionale, e Alemanno mi spiegò molte cose di quel partito. All’epoca Giorgia Meloni aveva ventun anni e dirigeva l’organizzazione giovanile. Gianfranco Fini aveva fatto la svolta di Fiuggi. Puntava a diventare presidente del Consiglio perché capiva che Berlusconi non avrebbe mai avuto eredi nel suo partito e che Bossi aveva altro per la testa. Ed era convinto che per andare a Palazzo Chigi dovesse emendarsi del passato missino. Si sbagliava; non era necessario. Però ci credeva davvero, e il suo viaggio in Israele — «il fascismo male assoluto» — segnò la fine di quell’esperienza. Nacquero piccoli partiti, La Destra di Storace e Santanché andò alle elezioni da sola, ma finché c’era Berlusconi lo spazio era quello che era. Poi Berlusconi è invecchiato e sono arrivati i Fratelli d’Italia. È abbastanza normale che Alemanno guardi a Vannacci, come Marco Rizzo. È un’alleanza rossobruna: remigrazione, politiche sociali, apertura a Mosca. Se anche Vannacci arrivasse in doppia cifra, avrebbe comunque una forza molto più piccola di quelli che propugnano la stessa politica e sono in questo momento il primo partito in Francia, nel Regno Unito e di questo passo pure in Germania.