“Se fosse venuto Vannacci, non sarei venuto io. Io sono qua solo per Gianni”, dice Antonio Buonfiglio, ex sottosegretario all’Agricoltura, ex di An, una vita nella destra sociale, corrente rautiana. C’è anche l’ex ministro Mario Landolfi, in giacca e borsa da lavoro: “Vannacci? Macché. Io sono venuto ad abbracciare Gianni dopo questo inferno”. Via Raffaele Majetti 70, le 9 e 50 del mattino, un mercoledì di nuvole basse e caldo torrido, Gianni Alemanno esce dal cortile di Rebibbia dopo diciotto mesi, magro, abbronzato, con una camicia blu di lino, la barbetta fine e il passo di chi torna da un lungo ritiro, non quello di chi esce da una cella. Ci sono centoventi amici ad attenderlo. Non tutti andranno con Vannacci, però. Anche se Alemanno ha aderito a Futuro nazionale. E l’ex sindaco di Roma ne parla come chi ha già fatto questo conto da tempo: “Lo so. Cambieranno idea nei prossimi mesi. Nella mia famiglia sono tutti meloniani, per esempio. Da mio figlio Manfredi a mia moglie Isabella”, che è sottosegretaria alla Difesa del governo che lui, da qui, attacca senza tregua. Non c’è il generale Vannacci a Rebibbia, non c’è la famosa sporca dozzina dei suoi parlamentari. Raggiungeranno Alemanno più tardi. A cena. Qui davanti al carcere c’è invece la vecchia destra sociale del Msi, i vecchi camerati, qualche barba bianca, diverse croci celtiche al collo. “Vengo da Cosenza. Mi sono svegliato alle tre del mattino per esserci”, dice Daniele Marchei, che milita dagli anni Settanta tra coloro i quali, diceva un tempo Francesco Storace, “hanno la malformazione più bella: il cuore a destra”. Sull’asfalto e sui lunghi spartitraffico pieni di sterpaglie davanti al cemento cadaverico di Rebibbia c’è monnezza di ogni tipo, e diverse batterie di fuochi d’artificio già esplosi – i resti di qualche altra scarcerazione festeggiata di notte, non quella di Gianni Alemanno che invece è circondato da centoventi camerati di un tempo. L’amicizia, in questo mondo della destra, ha sempre avuto una grammatica sua. Si rompe per la politica, si ricuce anche per la nostalgia, e nel mezzo resiste un’affezione che non sa più bene a cosa serva, se non a ricordare a tutti che un tempo si era giovani insieme, nello stesso freddo, nella stessa sezione, talvolta persino nella stessa cella. Roberto Vannacci non lo sa, o forse lo sa benissimo, ma è arrivato in questo equilibrio fragile della destra post missina come un nuovo inquilino in una casa piena di vecchi mobili. E i vecchi mobili, ora, qui, a Rebibbia, si spostano tutti insieme, attorno all’Alemanno ritrovato: la folla si scioglie dal cancello del carcere e si rimette in fila, a piedi, in motorino, in automobile, lungo la Tiburtina, nel caldo che ormai non distingue più mattina da mezzogiorno.Camminano in gruppetti, si attaccano alle ombre dei muri, qualcuno si ferma a fumare, qualcuno apre il colletto della camicia fino al più audace bottone. Arrivano al ristorante “il Mozzico” – “Cucina, pizza, brace”, dice l’insegna – in ondate, come una processione che si sfalda e si ricompone all’ingresso. Venti euro al partito, e dentro è già festa: tavoli lunghi accostati alla bell’e meglio, sedie tirate da ogni angolo, il buffet che si scopre piatto dopo piatto – supplì ammucchiati come bigliardini, verdure in pastella, pasta al forno tagliata a quadrotti, farfalle al pomodorino e basilico che qualcuno si serve anche tre volte. Sembra un matrimonio. O un battesimo, con la differenza che qui il festeggiato è uscito di prigione e non da una chiesa. Barbara Saltamartini, che fu alemanniana e poi leghista, dirigente di An, si fa vento con un grosso ventaglio, sotto il sole feroce. E’ stata in Parlamento per tre legislature. “Ho lasciato la politica, ho aperto un locale a Terni. Ora vivo lì. Sono qui per Gianni. Solo per Gianni. Gli voglio bene. Lo conobbi in sezione, in via Flaminia Vecchia, ero una ragazzina, erano gli anni in cui il Msi diventava An”. Tra le facce note della vecchia guardia missina si fa largo Luca Bellotti, di Rovigo, ex sottosegretario, che saluta tutti come se li avesse appena rivisti dopo un congresso di partito di trent’anni fa. C’è Massimo Arlechino, il pubblicitario che nel ’94 disegnò il simbolo di Alleanza nazionale e oggi presiede il Movimento Indipendenza di Alemanno. Non c’è Francesco Storace. Si vede invece, per un attimo, Francesco Biava, quello che fu il vero Sancio Panza dell’ex sindaco di Roma, l’amico che non lo aveva abbandonato nemmeno nel 2014, quando le accuse di mafia svuotarono intorno a lui ogni stanza: “Ma adesso ci siamo separati”, dice Alemanno. “L’amicizia resta. Ma lui fa la sua strada senza di me”. A un tavolo più discosto, vicino a quelli dov’è seduto l’ex sottosegretario leghista Michele Geraci, altre due facce che come lui con quella storia non hanno niente a che fare: sono i compagni di cella di Alemanno, scarcerati anche loro da pochi giorni, portati al pranzo come si porta un parente lontano a una festa di famiglia. Valerio Callarà, cinque anni fatti per droga. Michele Darida, condannato per estorsione aggravata (“mi accusavano di essere uno dei Casamonica”).Mangiano piano, e di Alemanno raccontano una storia minore, di cella, che nessun altro qui può raccontare: “Gianni ci spingeva a studiare e a leggere”. Vannacci, qui, non c’è. Ma c’è Sylvie Lubamba, l’ex soubrette. E’ l’ambasciatrice del generale, si direbbe. Davanti al carcere, nella canicola, si sente male, poi vuole scavalcare il muretto della prigione facendo scattare le guardie, chiama “Gianni Gianni”, bionda con i boccoli, la pelle nera e il vestito bianco. Ma il generale non c’è. Eppure è la misura di tutto, il generale. Alleanza nazionale fu un partito; oggi è poco più che una federazione di sentimenti, di vecchie fedeltà che si rincorrono senza più una casa comune. “Fratelli d’Italia è l’ombra di Alleanza nazionale”, dice Buonfiglio. E Landolfi: “A me piacciono i partiti dove si discute, mi iscriverei a una corrente di minoranza. Ma le minoranze non sono più accettate da nessuna parte”. In questo equilibrio di affetti spaiati il generale ha trovato lo spazio per intrufolarsi e rimescolare le carte: c’è chi ha lasciato FdI per lui, come Pietro Macconi, consigliere regionale in Lombardia, spiritoso e con la barba bianca, venuto da Milano per riabbracciare Alemanno, lui che in mezzo all’asfalto bollente cita Einstein per spiegare la sua adesione al vannaccismo: “Per cambiare le cose bisogna fare cose diverse, diceva il grande scienziato. Va bene tenere i conti in ordine come fa Meloni, ma non basta”. Dunque ci vuole Vannacci. Il generale che si è preso pure Almirante, e lo fa con il permesso di Alemanno, che però è sempre stato rautiano, e forse per questo a un certo punto, quando glielo si ricorda, mentre mangia un pomodoro, dice così: “C’è tantissimo di Almirante in Vannacci”. Addirittura. “L’interesse nazionale, la sicurezza... Manca l’elemento sociale, ma quello lo porteremo noi. Il problema non è Vannacci che si appropria di Almirante, semmai è Meloni che se l’è dimenticato”. In un angolo, abbandonata quasi davanti al carcere, si poteva notare una bicicletta a noleggio. Nel cestino c’era scritto a penna: “Meloni infame”. Sapienza del destino? Chissà. Tra gli amici di Alemanno c’è chi guarda con diffidenza al generale ma non con disprezzo, chi si dice entusiasta, chi lo userà e chi ne sarà usato. Tutti però criticano Giorgia Meloni. “E’ moderata, e io non so nemmeno cosa significa la parola moderato”, ride Franco Bevilacqua, calabrese, che fu senatore di An e del Pdl. Ma forse nessuno, qui al quartiere Tiburtino, sa ancora bene, davvero, da che parte stare. Sanno solo che oggi, come sempre, “si sta per Gianni”.A unirli è il passato che ancora li inorgoglisce e che non è certo quello fascista, ma la celebrazione e mitizzazione della storia missina che loro sfogliano e onorano come l’album di famiglia della destra italiana degli anni 70. Ma che c’entra Vannacci con voi? “E’ la quintessenza della destra. Il comandante della Folgore”. E Meloni? “La sua è una destra immigrazionista e globalista”, dice Gigi Mercogliano, dirigente e militante, che è arrivato apposta da Napoli, e che ovviamente come tutti viene da Alleanza nazionale. E cosa farà Alemanno adesso, qual è la sua agenda? “Ora berrò un bicchiere di vino”, risponde l’ex sindaco di Roma, con un sorriso bianchissimo. “Tra qualche giorno mi piacerebbe incontrare il ministro Nordio per parlare delle carceri, se lui vorrà vedermi. E poi... voglio fare un giro nei luoghi dei martiri degli anni Settanta, da piazza Gondar ad Acca Larentia”. Appunto. E Giorgia? “Se vuole Vannacci lo deve chiamare al telefono lei. Non ce l’ha lei il monopolio della destra. Uscendo dal carcere ho avuto messaggi per Vannacci dalle guardie, dai detenuti e pure dalle infermiere. Se fossi Meloni non sottovaluterei il tema”. Di sera, alle 20 e 40, al ristorante sardo Sa Cardiga, nei pressi di corso Francia, il “tema” aveva finalmente una sedia a tavola: a cena con Alemanno c’era Vannacci.