Mi ero ripromesso – fin dai suoi esordi – di non cadere nella trappola del dare attenzione a Roberto Vannacci. Ho ceduto: questo articolo è un atto d’incoerenza di cui mi pentirò.

A mia parziale discolpa c’è da dire che il vero oggetto di questo articolo non è Vannacci, ma Antonio Gramsci. In particolare quella misteriosa categoria che egli valorizza: “rivoluzione passiva”. Essa si realizza quando in una situazione di instabilità politica sono le classi dominanti che danno risposte alle esigenze popolari e, in questo modo, ne approfittano per consolidare l’ordine sociale che fanno finta di contestare.

Il lettore non si spaventi, niente di meglio dell’esempio di Vannacci per capire con chiarezza come funziona il meccanismo della rivoluzione passiva.

Infatti è attraverso tale meccanismo che la classe dominante mette in salvo sé stessa e sfrutta l’oppressione sociale a proprio vantaggio: trasforma la rabbia delle classi subalterne in odio nei confronti dei migranti, rende alcune categorie di persone dei capri espiatori, ecc..

Tutto con un obiettivo ben preciso: fingere di accogliere una richiesta generale di progresso sociale per rovesciarla in un’ulteriore occasione di regresso («Il “progresso” si verificherebbe come reazione delle classi dominanti al sovversivismo sporadico e disorganico delle masse popolari con “restaurazioni” che accolgono una qualche parte delle esigenze popolari»).