Dopo il primo via libera in Commissione al Melonellum, Giuseppe Benedetto analizza i rischi e le prospettive della riforma elettorale, giudicandola una risposta politica a un problema di governabilità che oggi non esiste. Il presidente della Fondazione Luigi Einaudi difende il ruolo centrale del Parlamento, critica la logica bipolare che accomuna maggioranza e opposizione e individua nello spazio liberale e centrista una possibile alternativa per il futuro del sistema politico italiano

Il primo voto è andato in archivio, ma la partita vera comincia adesso. Con il via libera della Commissione al cosiddetto Melonellum, la maggioranza si avvicina a uno dei passaggi politici più delicati della legislatura: riscrivere le regole del gioco a meno di due anni dalle elezioni, mentre i sondaggi restituiscono un Paese diviso quasi a metà tra centrodestra e centrosinistra. Sullo sfondo ci sono il nodo dei voti segreti, la tentazione della fiducia e una domanda che attraversa il dibattito: serve davvero una nuova legge elettorale per garantire la governabilità o si tratta di una sfida tutta politica? Per Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi, il rischio è che la discussione sulle regole finisca per rispondere più alle convenienze degli schieramenti che alle esigenze del sistema istituzionale. E mentre Giorgia Meloni sembra intenzionata a giocare la partita fino in fondo, convinta che il risultato peggiore sarebbe il pareggio, anche il centrosinistra appare orientato a misurarsi sullo stesso terreno. Una logica da dentro o fuori che, secondo Benedetto, finisce per marginalizzare ancora una volta il Parlamento e apre inevitabilmente una riflessione sullo spazio che potrebbe occupare un’area liberale e centrista nel nuovo assetto politico.