Dopo la legge elettorale, il Quirinale. Lo dice Meloni da Nicola Porro: “Possiamo rompere il tabù dei presidenti di centrosinistra”. Sullo Stabilicum ci si prende una settimana di tempo. “Non ne sapevamo nulla, l’abbiamo letto sulle agenzie”. Simona Bonafè, deputata che sta seguendo la partita della legge elettorale per il Pd, si stupisce della maggioranza che fa slittare alla prossima settimana il termine entro cui presentare gli emendamenti da votare in Aula. A confermarlo è Giovanni Donzelli, tra i padri del testo: “Abbiamo presentato solo degli emendamenti tecnici, quelli più politici arriveranno alla scadenza vera”. E’ il segno che nel centrodestra si tratta ancora, sulle preferenze. Meloni le vorrebbe, anche per pararsi dagli attacchi di Vannacci. Lega e Forza Italia no. Tra oggi e domani ci sarà un vertice di maggioranza, forse allargato ai leader, per cercare di trovare una quadra.In una Camera più deserta di un ordinario lunedì (ieri era pur sempre la festa dei santi Pietro e Paolo), si attendevano le 15 come scadenza per presentare gli emendamenti che sarebbero stati discussi in Aula. Solo che, anche in ragione di una quadra tutta ancora da trovare, il centrodestra alla fine ha preferito presentare solo tre emendamenti “di natura tecnica”, posticipando alla prossima settimana quelli più significativi e di segno “politico”. Tra quelli depositati ieri dalla maggioranza, infatti, ce n’è uno del deputato di Fratelli d’Italia Alessandro Urzì ultra specifico sul perimetro del collegio “Bolzano Bassa Atesina” al Senato. Gli altri due, firmati da Augusta Montaruli (FdI), Simona Bordonali (Lega), Paolo Emilio Russo (Forza Italia) e Franco Tirelli (Noi moderati), intervengono su specifiche quali l’aspetto della scheda, l’eventuale esaurimento dei nomi previsti per il premio di maggioranza, e una “imprecisione” relativa al meccanismo di assegnazione dei seggi a livello di collegio uninominale a Palazzo Madama. Si capisce, insomma, che la ciccia è stata lasciata a un confronto a più alti livelli. E infatti, come riferiscono fonti della stessa maggioranza, proprio per affrontare il nodo preferenze dovrebbe tenersi fra oggi e domani un vertice tra gli esponenti dei vari partiti che stanno seguendo il dossier legge elettorale (quelli che con eccesso di giornalese vengono definiti “sherpa). E che però potrebbe essere allargato ai leader nazionali. Sul tavolo ci sarebbe un compromesso tra le preferenze piene, una delle opzioni originarie di Fratelli d’Italia, e listini completamente bloccati. Uno degli esempi che viene fatto è il cosiddetto modello toscano, con capolista bloccato e la possibilità di esprimere una preferenza (anche se dal Pd fanno notare che “è un modello che non esiste. In Toscana non ci sono capilista bloccati”. Proprio in queste ore, per altro, in regione ci sono interlocuzioni tra maggioranza e opposizione per cambiare la legge elettorale regionale). L’ulteriore ipotesi è che non sia solo il capolista a essere bloccato, ma fino a tre nomi in cima alla lista, con possibilità di esprimere una preferenza tra i restanti nomi non bloccati. Al di là delle formule allo studio, di certo c’è che Meloni vorrebbe che ci si provasse fino all’ultimo a introdurre un meccanismo di selezione tramite preferenza sulla scheda. Questo anche per parare gli attacchi di Futuro nazionale che proprio ieri ha ripresentato un emendamento (insieme ad altre cinque proposte di modifica) a firma Ziello per il ripristino delle preferenze. In serata, ospite al programma 10 Minuti Meloni infatti torna ad attaccare Vannacci (“non vedo differenze con altre opposizioni”), parla di una legge elettorale che non “favorisce nessuno, scelgono gli italiani”. E ventila l’ipotesi di eleggere per la prima volta un “presidente della Repubblica non di centrosinistra”. L’altro nodo che dovrà sciogliere il centrodestra (e che sembra essere legato alla risoluzione dell’affaire preferenze) è se porre o meno la questione di fiducia sul testo finale, il cui voto a questo punto (ma lo deciderà la conferenza dei capigruppo di domani) dovrebbe esserci il 7 luglio. Se a destra si cerca di guadagnare tempo alla ricerca di una soluzione che ancora non s’è trovata, a sinistra la strategia è sempre quella dell’Aventino perenne. Così se la maggioranza screma gli interventi segnalati, nel campo largo non hanno alcuna intenzione di ridurre i loro circa 300 emendamenti che non sono stati discussi in commissione Affari costituzionali (con il Pd che oltre a confermare l’ottantina di proposte già avanzate ha anche aggiunto una proposta di modifica per impedire di presentare simboli con nominativi che vadano in contrasto al candidato premier della coalizione: per esempio “Salvini premier” o “Silvio Berlusconi”). Anzi, la strategia dilatoria, come ha scritto Repubblica, punta a presentare pregiudiziali di costituzionalità molto simili tra di loro ma non uguali, in modo da poter essere votate separatamente. Questo anche per non prestare il fianco a un voto in Aula sulle preferenze che in teoria i partiti del campo largo vorrebbero (Italia viva ha lanciato una petizione), anche se i loro leader, già proiettati in avanti alla compilazione delle liste, ne farebbero tranquillamente a meno. “Ma per noi il tema non si pone: continuiamo a pensare che la legge sia incostituzionale”, continuano a ripetere nella coalizione. Soprattutto in Avs, dove sono convinti che anche su quest’aspetto (con un eventuale pronunciamento della Consulta) si possa dare un colpo alla destra in vista delle urne. E già preparano le carte per far partire il ricorso.
Il Colle delle preferenze. Meloni le vuole e la destra tratta: slitta il termine per gli emendamenti. “Il tabù al Quirinale si può rompere”
La maggioranza fa slittare di una settimana la presentazione degli emendamenti "più politici" alla legge elettorale. Vertice tra i leader sulle proposte di modifica. Intanto Vannacci cavalca la scelta diretta degli eletti. E nel campo largo ci si prepara al ricorso alla Corte costituzionale. La premier: "Per la prima volta può esserci un presidente della Repubblica non di centrosinistra"












