L’Aula della Camera ha iniziato ieri mattina l’esame della riforma elettorale targata centrodestra. Una legge dalla doppia blindatura: della maggioranza rispetto alle opposizioni e anche rispetto all’elettorato. Il Melonellum infatti toglie ogni residuo ruolo ai cittadini nella determinazione degli eletti in Parlamento, consegnandola alle segreterie dei partiti. La prima blindatura riguarda anche il testo, dato che quello licenziato dalla commissione Affari costituzionali, la versione ter del Melonellum, non sarà modificata né dall’aula di Montecitorio né da Palazzo Madama per l’accordo intercorso tra i partiti del centrodestra. L’unica incertezza riguarda i tempi di approvazione. Questo aspetto diverrà chiaro mercoledì primo luglio, quando alla capigruppo la maggioranza chiederà il contingentamento dei tempi; se verrà proposto per il sì della Camera una data tra il 7 e il 10 luglio, vorrà dire che la premier Meloni punta a un sì definitivo nell’altro ramo del Parlamento prima della pausa estiva.

LA FOTOGRAFIA degli scranni dell’Aula ieri per la discussione generale era eloquente: il centrodestra ha schierato per la propria riforma una manciata di deputati, e cioè i capigruppo di Fi e Fdi in commissione Affari costituzionali, Paolo Emilio Russo e Alessandro Urzì (gli unici a intervenire per la maggioranza), i relatori Angelo Rossi (Fdi) e Nazario Pagano (Fi), con la ostentata assenza dei deputati leghisti, come l’altro relatore Igor Iezzi. Un modo inconscio di rimarcare che le decisioni sul Melonellum sono state prese in sede extra-parlamentare, vale a dire a Palazzo Chigi. Simona Bonafè (Pd) ha detto che Giorgia Meloni «si è ritagliata una legge su misura» nel timore di perdere con il Rosatellum. In effetti il centro del nuovo sistema è l’indicazione del candidato premier da depositare assieme alle liste elettorali, terreno su cui Giorgia Meloni è convinta di avere maggiori atout, sia rispetto a Elly Schlein o Giuseppe Conte, sia rispetto a Roberto Vannacci.