L’arrivo dei nuovi emendamenti della maggioranza al Melonellum bis, pur con piccoli interventi tecnici, confermano l’impianto della riforma elettorale targata centrodestra. Un impianto che si basa su una narrazione semplificatrice della realtà, all’insegna di un riduzionismo che pervade e inquina il dibattito pubblico sulla legge elettorale. La prima semplificazione consiste nella riduzione dell’espressione del voto da parte dei cittadini alla scelta del capo, del candidato premier, come prevede la proposta del centrodestra. In un momento storico estremamente complesso, di cambio d’epoca, si vuole illudere il cittadino che si debba partire da un capo bravo. Illusione e inganno, perché l’elettore viene indotto a non sforzarsi di capire la complessità della fase, a non impegnarsi a identificare le donne e gli uomini con idee e progetti in grado di collaborare per guidare insieme il Paese.

Quella che è stata definita la “capocrazia” è nata con la legge sull’elezione diretta dei sindaci nel 1993: da allora la partecipazione alle elezioni è sistematicamente scesa, a tutti i livelli, da quello nazionale a quelli territoriali, comprese le ultime amministrative. Per un comune può risultare accettabile ridurre il voto alla scelta del sindaco, che non ha davanti a sé la terribilità di alcune decisioni; ma per la guida del Paese è un inganno. Anche per non farsi ingannare gli elettori ormai disertano le urne.