di
Fabrizio Roncone
Siamo nelle sue mani, il suo identikit sembra essere quello giusto. Per attuare il suo ambizioso programma, dovrà avere un confronto costante, e concreto, con la politica
Siamo nelle mani di Giovanni Malagò. Non trovo un altro modo di dirlo. Tutti quelli che vogliono bene al calcio italiano devono sperare che lui riesca a farci risorgere. Perché stavolta o risorgiamo tutti insieme come movimento, la Lega di A e la Lega di B, la Lega Pro e quella dei dilettanti, i calciatori e gli allenatori, e poi i tifosi, i milioni di tifosi costretti a vedersi ai Mondiali Ecuador-Curacao, ma non gli azzurri, oppure moriamo per sempre.
Dobbiamo fidarci di un miraggio. E di un uomo che, da poche ore, è già in cammino. Da qualche parte nel cuore, per istinto o per disperazione, fate voi, dobbiamo credere che possa farcela. Non abbiamo scelte. Il suo identikit, va riconosciuto, sembra però essere quello giusto. Malagò è insieme un uomo di sport (per 21 anni presidente del Circolo Aniene e per tre mandati alla guida del Coni, con medaglieri olimpici da record) e un manager (a vent’anni amico personale di Gianni Agnelli, quindi amico fraterno di Luca di Montezemolo, collezionista di consigli d’amministrazione, per decenni la sua famiglia ha gestito la più grande concessionaria Bmw d’Italia, poi diventata concessionaria Ferrari, nell’autosalone Moma dei Parioli), lavoratore maniaco («Mio padre Vincenzo m’ha sempre detto: fai quello che cazzo ti pare, ma la mattina devi scendere dal letto alle 7») e seduttore innato (prima di legarsi alla brillante e bella avvocata Elena Vaccarella, leggendari i racconti di lui che parte dalla villa di Sabaudia, la prua del suo Itama su Ponza, con a bordo Nino, il labrador adorato, e — a turno — attrici e top model pazzesche). In questo è stato aiutato da una certa prestanza e da un’alta — diciamo così — considerazione di se stesso. Del resto, l’idea di organizzare le Olimpiadi invernali tra Milano e Cortina — successo grandioso, ma iniziate tra ragionevoli perplessità — nasce da un lampo abbastanza visionario, una bella botta di presunzione e l’efferato dolore che ancora gli procura la sua sua più grande cicatrice. Il «no» che dovette incassare per i Giochi Olimpici estivi del 2024 dall’allora sindaca di Roma, la grillina Virginia Raggi. Fomentata dalle telefonate di Beppe Grillo («Se dici di sì, ti tolgo il simbolo e vai a casa») e da quel fuoriclasse di Alessandro Di Battista (lui stesso raccontò d’essersi fatto consigliare da un tale Massimo, il meccanico sotto casa).













