Il rilancio del calcio italiano. E’ arduo il compito che attende Giovanni Malagò, eletto ieri presidente della Figc, dopo un lungo e vincente percorso da numero uno del Coni. Un impegno all’altezza di altre sfide che lo stesso Malagò ha mostrato in passato di poter sostenere e spesso vincere. E’ stato eletto al primo scrutinio su Giancarlo Abete, ha preso il comando del nostro derelitto pallone, che arriva tre assenze consecutive ai Mondiali con il 68% dei consensi complessivi, ottenendo l’appoggio delle componenti che alla vigilia dello scrutinio gli avevano assicurato il voto – Lega Serie A, Lega Serie B, calciatori e allenatori, che hanno in totale il 54% – ma prendendo voti anche dalla Lega nazionale dilettanti (Lnd), che ha il 34% del pacchetto elettorale.
Ha promesso una serie di riforme, partendo dal riaggancio delle istituzioni del pallone con la politica. Non sarà facile riscrivere le regole del gioco: oltre alla presidenza, la Federcalcio cambierà anche il suo Consiglio federale, che è l’organo direttivo e di governo, se non fosse che tutti i consiglieri in carica si sono ripresentati e quindi c’è il rischio che si cambi poco o nulla.
HA INIZIATO anche bene Malagò, nella sua conferenza stampa post successo elettorale, sostenendo per esempio la battaglia per lo ius soli sportivo (principio che permette ai minori stranieri residenti in Italia di essere tesserati presso le federazioni sportive con le stesse procedure degli italiani, ndr), ma il primo scoglio sarà la nomina di un commissario tecnico, perché se è vero – e lo è – che il calcio italiano deve rigenerarsi dalle fondamenta, dagli istruttori a tempo pieno nelle scuole calcio (che magari dovrebbero anche costare un po’ meno), c’è da ripartire in vista di Euro 2028 e poi del Mondiale 2030.










