Lo dice la storia del nostro sport, lo confermano il buon senso e la logica: c'è un solo uomo possibile per risollevare il calcio italiano dalle macerie in cui l'hanno fatto precipitare. Il suo nome è Giovanni Malagò, punto. Lo è con ogni evidenza per le competenze, per i successi ottenuti in una vita da dirigente sportivo, per la capacità motivazionale nei confronti di dirigenti e atleti, per relazioni acquisite in campo nazionale e internazionale. Altre vie, davvero, non ce ne sono.

E in questa terribile congiuntura, in cui la Federazione Italiana Giuoco Calcio si ritrova fuori dai Mondiali per la terza volta di fila, dopo averne vinti quattro, quindi è ai minimi assoluti della sua storia gloriosa, non ci dovrebbe essere nemmeno tempo e spazio per bizantinismi politici, per mesi di attesa prima di nominare il nuovo presidente dopo le dimissioni di Gravina, per traffici di voti e quote di rappresentanza in consiglio federale, e men che meno per un'autocandidatura da parte dello stesso Malagò che secondo alcuni dovrebbe chiedere: «Permesso, mi fate entrare?». Semplicemente invece, il calcio italiano dovrebbe chiedere all'ex presidente del Coni l'immenso favore di mettersi alla guida del movimento per farlo ripartire, e poco altro. Basterebbe quello e il carrozzone del pallone riprenderebbe l’abbrivio che serve, poi il resto verrebbe da sé.