Dalla favola Castel di Sangro, all’incubo Figc. La storia di Gabriele Gravina – mister 98,7 per cento – raccoglie, tutti insieme, gli stereotipi e i cliché, ma anche i modelli e i miti del calcio italiano. Unisce la provincia più genuina e le dinamiche di palazzo, la passione e la strategia. La Serie C e il quartier generale dell’Uefa.

Ma che bel Castello

Classe 1953, Gravina da Castellaneta (in provincia di Taranto) nel mondo del calcio ci entra con la dovuta calma: non in quanto calciatore, ma in quanto imprenditore. Lui, la sua laurea in legge, la sua passione e - perché no? - la sua ambizione. La data chiave è 1984. Non c’entra il romanzo di Orwell, c’entra la favola Castel di Sangro. Gravina acquista la società insieme con “Don Pierino”, cioè l’imprenditore pugliese Pietro Rezza (lo zio della signora Gravina). I due evidentemente ci sanno fare visto che i giallorossi passano dalla Seconda Categoria alla Serie B e nel giro di circa 20 anni disputano 16 campionati professionistici. Il clou nel 1998-99: i sangrini avanzano in Coppa Italia fino agli ottavi di finale e si arrendono soltanto all’Inter di Gigi Simoni che sino all’ultimo rischia il colpo di scena.

Il messaggio d’addio di Buffon: “Scelta di responsabilità, io divorato dalla passione per l’Azzurro”