Degli otto anni del dimissionario Gabriele Gravina alla guida della Federcalcio resteranno in primo piano, nelle voci al passivo, la mancata qualificazione a due edizioni consecutive dei Mondiali, la seconda delle quali l'ha costretto oggi a lasciare la carica.

In quelle all'attivo la vittoria di un Europeo ed aver contribuito a mettere in sicurezza l'economia del sistema durante la pandemia di Covid.

Dirigente di lungo corso, 72 anni, era stato eletto la prima volta (con il 97,20% dei voti) a capo della più importante federazione sportiva il 22 ottobre 2018, dopo essersi dimesso qualche giorno prima da numero uno della Lega Pro. Assumeva la presidenza di una Figc commissariata da otto mesi a seguito dell'addio di Carlo Tavecchio, a sua volta silurato dal flop della Nazionale sulla via del Mondiale.

Il fulcro del programma che aveva raccolto un così largo consenso era la riforma dei campionati, con l'obiettivo di ridisegnare l'assetto del calcio italiano, puntando su una maggiore sostenibilità economica e una riduzione del numero di squadre professionistiche. Conteneva anche la proposta di una Serie A a 20 squadre, con due sole retrocessioni per limitare il ricambio eccessivo. Ma ben presto si era scontrato con le resistenze di un sistema duro da riformare. Tanto da portarlo a denunciare il diritto di veto delle componenti, una norma statutaria che "impedisce di trovare unità" e finisce per bloccare molte innovazioni. Così, nonostante i numerosi annunci, ribaditi anche durante i due mandati successivi, una ristrutturazione profonda e strutturale dei campionati non ha mai visto la luce, con le conseguenze che oggi gli vengono imputate.