La maturità 2026 si conferma essere, a ogni giorno che passa, la maturità delle promesse disattese, delle ordinanze vaghe e confuse, delle riforme a costo zero, delle tracce mediocri da pensiero unico. Difficile immaginare una maturità peggiore di questa, sulla quale pure il Ministro Giuseppe Valditara ha investito tanta della sua propaganda. Ma andiamo per ordine.

Innanzitutto da questo 2026 l’esame conclusivo al termine della secondaria di secondo grado non si chiama più “esame di Stato”, ma è tornato a chiamarsi, con una certa nostalgia tipica di questo ministero, “esame di maturità”. Maturità che verrà valutata dalla commissione (in che modo? davvero si può?) e peserà sul punteggio del colloquio.

È l’anno delle virtù personali: l’esame degli adulti ossessionati dalla maturità

Il colloquio verterà solamente su quattro materie, comunicate a gennaio, con buona pace di tutte le altre. Le ragioni pedagogico-didattiche di questa scelta? Il ministro a settembre dichiarò che così sarebbe stato un esame «più serio e più sereno». La verità è che questo provvedimento porta a ridurre i membri delle commissioni da 7 a 5 (due interni e due esterni più ovviamente un presidente).

Un bel risparmio per il ministero. Risultato reale: meno persone (davvero troppo poche) a gestire una quantità di burocrazia immensa, turni di 7 ore dentro aule infuocate per seguire, ascoltare, valutare 40 diplomandi e diplomande, ciascuno con le proprie esigenze didattiche ed emotive. Meno persone, ma pagate quanto prima.