C’è un paradosso che attanaglia da anni la scuola italiana e che diventa ancora più attuale nel momento in cui il Governo - come preannunciato dal ministro Giuseppe Valditara - si appresta a rimettere mano all’esame di maturità. Sia per scongiurare i casi di “disobbedienza civile”, che hanno caratterizzato l’edizione 2025 con diversi candidati che hanno fatto scena muta all’orale ottenendo ugualmente la promozione in virtù del punteggio maturato agli scritti e del credito scolastico, sia per rendere il colloquio più aderente alla «formazione integrale ed armonica della persona» (per usare le parole dello stesso esponente leghista) e meno una semplice verifica finale degli apprendimenti. Stiamo parlando della traiettoria quasi opposta che caratterizza, da un lato, le evidenze delle prove Invalsi e, dall’altro, il voto di diploma.
Il ritardo certificato dall’Invalsi
La fotografia scattata poco più di un mese fa dall’Istituto nazionale per la valutazione presieduto da Roberto Ricci era nitida. E preoccupante. In quinta superiore, poco più di uno studente su due (il 52%) aveva raggiunto livelli adeguati in italiano (contro il 56% del 2024) mentre in matematica eravamo scesi al 49% (anziché il 52% dell’anno prima) e anche in inglese il quadro complessivo era di fatto peggiorato. A pesare, oltre a un aumento degli studenti regolari che si è riusciti a riportare in classe frenando così gli abbandoni complessivi, erano stati ancora una volta i ritardi del Sud.






