Ogni anno, puntualmente, i commentatori si stupiscono, si indignano, scoprono magagne e manipolazioni ideologiche nelle tracce dei temi per quell’esame che, lo si chiami come si vuole, ma «di stato» è «di stato» resterà.
Che si tratti dello stato borghese o di quello «degli operai e dei contadini» l’idea che i suoi vertici coltivano di una «sana gioventù» e gli indirizzi di riflessione che le propinano, contengono sempre più o meno esplicitamente prescrizioni ben lontane dalla realtà vissuta per non parlare della sua critica. I ministeri servono a questo e a poco altro e il particolare accecamento ideologico del ministro in carica non può che peggiorare occasionalmente questa condizione di fondo.
Nell’offerta delle tracce la banalità già orecchiata paga sempre. Non richiede un grande sforzo di pensiero e facilita l’opportunistica esibizione di una personalità benpensante.
Così, quest’anno, ha riscosso il maggior successo di pubblico il brano tratto dal libro di un noto giornalista sul valore della fatica, della tenacia e del sacrificio nella realizzazione di sé e nel raggiungimento dei propri obiettivi. In piena sintonia con il culto della disciplina e del sacrificio caro all’attuale guida dell’istruzione e del “merito”. E con l’imposizione di quella misera messa in scena che è l’alternanza scuola-lavoro.











