I più attenti se ne sono accorti: nella scelta delle tracce dell’esame di italiano c’è, stato, chiarissimo, lo zampino del Ministro Valditara. In particolare in due di esse tratte dai testi, rispettivamente, di uno dei più importanti sociologi della contemporaneità, Frank Furedi, sull’importanza del «confine» e l’altro di un più noto giornalista italiano, Mario Calabresi, sul valore della «fatica» nella costruzione del proprio progetto di vita. Due temi espressione di un pensiero capace di controargomentare un certo mainstream di matrice roussoviana che negli ultimi cinquant’anni ha finito con l’illudere i giovani (e con loro tanti adulti cresciuti a pane e postsessantottismo) che a scuola si può imparare «facile». Che la vita è smiling e mamma e papà quando servono. Soprattutto se c’è da difendere i pupi dal baubau del brutto voto.
Non sto qui a ricordare gli impatti che questa ideologia del fraintendimento pedagogico di un’istruzione formato light ha prodotto: il più grave di tutti è l’adultescenza, fenomeno analizzato proprio da Furedi, che indica la tendenza di molti adulti a prolungare atteggiamenti, comportamenti e stili di vita tipici dell’età adolescenziale. E, dunque, di conseguenza, anche la tendenza alla procrastinazione delle scelte decisive, quali quelle di sposarsi e generare figli, assumendosene la responsabilità: meglio ricercare gratificazioni immediate e la forte identificazione con mode, linguaggi e consumi giovanili.










