È davvero impossibile ripensare l’esame di maturità? Ogni estate la discussione si riaccende. Se l’anno scorso il dibattito si è concentrato sugli orali (con alcuni studenti che hanno rifiutato di parteciparvi), quest’anno sono tornati protagonisti gli scritti, accompagnati dall’ennesima occasione sprecata: nessuna autrice donna è stata inserita nell'analisi del testo in 27 lunghi anni. C’è anche chi considera la maturità come un rito di passaggio obsoleto, ormai da abolire, ma uno scrittore come Umberto Eco non sarebbe d’accordo. Nella sua Bustina Come la pensava il Gattamelata? La maturità non ha mai ucciso nessuno, la difendeva come “una prova dalla quale si usciva fortificati non dico nel sapere ma nel carattere”. L’autore era critico persino con chi stava fin troppo tempo a discutere sulla natura dei temi scelti: il punto non è se lo studente abbia o meno studiato quell’autore o quell’autrice a scuola; la prova deve dimostrare sostanzialmente due cose: “Una è che il candidato o la candidata sappiano scrivere in un italiano accettabile […] La seconda cosa è che i candidati debbono provare di sapere articolare un pensiero, svolgere un argomento senza confondere le cause con gli effetti e viceversa, e sapendo distinguere una premessa da una conclusione. Per dimostrare questa abilità qualsiasi argomento è buono. Vorrei dire, esagerando, persino la richiesta di sostenere una tesi palesemente falsa”. Il punto, quindi, non è solamente la memorizzazione di nozioni, ma la capacità di navigare tra le tematiche che hanno attraversato la nostra storia e che fanno parte della natura umana. Non quella di generare un testo che potrebbe stare su Wikipedia. Certo, si potrebbe controbattere che proporre autori più familiari agli studenti faciliterebbe proprio l’articolazione del pensiero, anche creativo, di ragazze e ragazzi in sede d’esame. Un conto è confrontarsi con un passaggio di Uno, nessuno e centomila, capace di muovere in loro emozioni contrastanti, avendolo amato o persino detestato; un altro è cimentarsi con testi che, pur essendo presenti sulla carta dei programmi, in pochi arrivano ad approfondire a scuola. Il problema, a questo punto, sembra risiedere in cosa ci aspettiamo dall’esame di Maturità e dagli studenti che abitano le aule: in Italia diamo per scontato che l'unica cosa che conti sia restituire e citare contenuti registrati. Eco, al contrario, ci suggerisce di premiare il pensiero critico, la capacità di orientarsi nelle trame argomentative e di delineare un ragionamento che abbia una sua solida struttura, una sua storia da raccontare. È chiaro che tutto deve partire dai riferimenti, dalle fonti culturali che i candidati hanno studiato a scuola, ma l’aspetto fondamentale è ciò che le ragazze e i ragazzi partoriscono di proprio. In Francia, il sistema d'esame lascia che il cuore intellettuale dell'ultimo anno sia la celebre prova scritta di filosofia, che si avvicina molto a come Eco immaginava l’esame. L'attenzione mediatica è identica a quella della nostra prima prova, tra giornali, social e televisioni: la differenza è che i candidati si trovano davanti a quesiti esistenziali, come quelli proposti quest'anno: “Possiamo essere felici quando gli altri non lo sono?” o “Abbiamo il controllo delle nostre parole?”. Domande in cui i giovani, dalle nostre parti, è più facile che incorrano in una discussione tra amici piuttosto che sul foglio di un tema scolastico. In Francia le lezioni di filosofia sono molto più tematiche rispetto a quelle italiane, tradizionalmente legate a un'impostazione strettamente storica e cronologica. Ecco perché la prova di filosofia consiste in due domande che, sostanzialmente, toccano ciò che gli studenti pensano realmente, in aggiunta all'analisi di un testo tratto da un classico del pensiero (quest'anno è stato il turno di Nietzsche).Tuttavia, anche nella parte antologica, agli studenti non viene richiesto di conoscere necessariamente ogni dettaglio del brano in esame, quanto di costruire un’argomentazione che lasci emergere il loro pensiero critico. Non educhiamo solamente per trasmettere dei contenuti, ma per stimolare la riflessione e il dibattito, come ogni scuola all’interno di uno Stato democratico dovrebbe fare. Domande sulla felicità, la libertà o il linguaggio non solo potrebbero essere più vicine agli interessi dei giovani, ma potrebbero instaurare un dialogo emotivo, con sé e con gli altri, in un periodo della vita in cui è fondamentale un’educazione sentimentale. Padroneggiare quei termini potrebbe aiutare la comprensione di se stessi e del proprio groviglio interiore, riconoscendo quello altrui. Inoltre, gli studenti non lascerebbero il foglio in bianco o la penna poggiata sul tavolo se potessero mettere in gioco ciò in cui credono. Non dico di trasformare il nostro esame di Maturità in un simposio filosofico, ma studiare (meglio) la filosofia può aiutare studenti e studentesse a maturare (ora è il caso di dirlo) una parte di sé che in quei giorni, carichi di tensione per ciò che lasciano alle spalle e di trepidazione per ciò che li attende, potrà finalmente affiorare.