Quando chiedi informazioni su Andy Burnham, alcuni rispondono con questa battuta: “Un blairiano, un browniano e un corbyniano entrano in un bar. Il barista domanda: cosa prendi, Andy?”. Oggi Burnham smette di essere sindaco di Manchester e si presenta a Londra, ai Comuni, dopo nove anni di assenza, e presto potrebbe entrare a Downing Street al posto dell’attuale premier laburista, Keir Starmer: si dice che sia solo questione di tempo e di come Starmer deciderà di gestire la cessione di potere, se combattendo dal bunker come ha fatto finora o se organizzando una dipartita ordinata. Burnham ha vinto giovedì le elezioni suppletive di Makerfield, ha battuto i nazionalisti di Nigel Farage con una coalizione solida cui si sono uniti anche elettori conservatori.Se si pensa che soltanto un mese fa il Labour ha preso una scoppola fortissima da Reform Uk alle amministrative, è chiaro perché nel giro di pochi giorni molti esponenti del partito al governo si siano convinti che Burnham sia l’uomo giusto – l'uomo della salvezza. Su che cavallo arriverà questo salvatore e in quale direzione vorrà andare sono questioni che al momento non interessano a nessuno: bisogna dare un segnale di cambiamento, qualunque esso sia.Cinquantasei anni, sposato dal 2000 con Frankie, conosciuta all’università e mai lasciata (nemmeno quando lei gli estorse il permesso di partecipare alla trasmissione “Blind date” dove per fortuna fu “accoppiata” con uno spilungone con la salopette invero poco attraente), tre figli, cattolico (il primo premier cresciuto all’oratorio: Tony Blair si convertì al cattolicesimo appena dopo aver lasciato il potere; Boris Johnson è stato battezzato cattolico ma poi è diventato anglicano), tifoso dell’Everton di Liverpool, laburista da quando era ragazzo, Burnham ha sostituito la camicia bianca dei londinesi con una t-shirt nera – il suo segno distintivo, il suo marchio d’origine, che è il nord, la Grande Manchester, che negli ultimi quindici anni è diventata il modello di chi innova, cresce, diventa calamita, ispira – e conquistando il 55 per cento del consenso dei 70 mila elettori di Makerfield si appresta a lanciare la sfida per diventare premier del Regno Unito.Il nord che è il carattere distintivo di Burnham – soprannominato “the King of North” durante la pandemia quando litigava con l’allora premier Boris Johnson sulle misure anti Covid – era stato in realtà il rifugio, quasi dieci anni fa, di un Burnham che era stato sottosegretario e poi ministro nei governi di Blair e di Gordon Brown, che aveva tentato di farsi eleggere leader del Labour nel 2010 (aveva perso contro Ed Miliband) e nel 2015 (aveva perso contro Jeremy Corbyn) e che poi aveva lasciato i Comuni amareggiato da un sistema politico Londra-centrico per andare a trovare fortuna a Manchester. Non si era creato dei nemici – nemmeno con il sinistrorso Corbyn: quando molti laburisti moderati lasciarono incarichi e carriera per evidenti incompatibilità, Burnham restò – ma non era nemmeno riuscito a emergere, a costruirsi una corrente abbastanza corposa da avere voce in capitolo dentro al Labour, e così aveva scartato di lato, andando nel promettente nord che negli anni del governo conservatore di David Cameron era al centro di grandi progetti di rilancio. E la fortuna, a Manchester, l’ha trovata, la strada era stata spianata da altri – dai conservatori appunto – e Burnham si è limitato a coccolarla, non l’ha dispersa, riuscendo a creare quel “polo nord” che oggi ha addirittura una sua definizione: il “Manchesterism”. La scelta è stata per lui vincente, ma molti gli rimproverano di essere in realtà scappato: quando c’era da resistere contro Corbyn, quando l’ala moderata si ricostituiva e trovava in Starmer il suo leader, Burnham “non era sul campo di battaglia assieme a noi”, dicono quelli che in quegli anni hanno combattuto per contenere la deriva radicale del partito. Così oggi la parola che ricorre di più quando si cerca di descrivere il probabile nuovo premier britannico è: elusiviness, elusività, ambiguità. E’ anche questa la ragione per cui pochi sanno che cosa pensi davvero Andy Burnham.Secondo Camilla Turner del Daily Telegraph, per capirci qualcosa bisogna assolutamente leggere “Head North”, il libro che Burnham ha scritto assieme a Steve Rotheram, sindaco di Liverpool, poco prima delle elezioni del 2024, e che definisce “mezzo memoir mezzo pamphlet”. La polemica è contro la bolla di Westminster e contro la politica che non ha saputo costruire un paese “che funziona per tutti”, anche perché ossessionata soltanto dagli umori di Londra, nonostante i decenni di devolution: uno degli episodi che hanno forgiato Burnham è stata la strage nello stadio di Hillsborough – era il 15 aprile del 1989, la partita tra Liverpool e Nottingham: morirono 97 persone nella calca, all’inizio la colpa fu data agli hooligan, poi si scoprì che erano state prese decisioni drammaticamente sbagliate di sicurezza e ordine pubblico – e l’insabbiamento successivo, che è diventato l'esempio di quel che accade quando lo stato non riesce a proteggere i suoi cittadini. Protezione, giustizia, equità sono le parole chiave del pensiero di Burnham, vengono scandite in “Head North” e articolate in dieci punti di buoni propositi di sinistra riassunti nella qualità più cercata e più temuta allo stesso tempo: il pragmatismo.Lo spirito del nord mescolato a una straordinaria malleabilità sono la formula che hanno permesso a Burnham di rifarsi immagine e consenso e di tornare a Londra a soddisfare il bisogno di cambiamento. Alcuni detrattori sibilano ai giornalisti che chiedono quale sia il piano di Burnham frasi del tipo: “Dipende da che giorno è, al lunedì pensa una cosa e al mercoledì un’altra”, che suonano oggi più spaventose del normale, perché è un po’ quel che fa Donald Trump. I sostenitori dicono invece che l’assenza di un’ideologia precostituita è una boccata d’aria fresca considerato il dibattito pubblico attuale. Di certo c’è che Burnham è preparato sul fronte interno, conosce il Regno Unito (e la sua essenza: ha studiato letteratura inglese a Cambridge) e ha competenze economiche, anche se durante la breve campagna elettorale a Makerfield ha cambiato idea un paio di volte sulle riforme fiscali (è già in corso un totonomi astioso sul suo possibile cancelliere dello Scacchiere), anche se ha cambiato idea, forse solo in funzione elettorale, sull’immigrazione. Sul fronte estero Burnham è vago sulla possibilità di un riavvicinamento con l’Europa, non ha quasi mai parlato di Ucraina, non si è esposto sulle guerre in medio oriente, non si sa come voglia maneggiare l’immaneggiabile Trump (che implacabile ieri ha detto che per Starmer è finita, ha sbagliato tutto su immigrazione e politiche energetiche). Tanto Starmer è stato fragile internamente tanto ha trovato una sua riconoscibilità all’esterno, ed è per questo che i commentatori internazionali scavano nelle dichiarazioni di Burnham per trovare il bandolo di una sua possibile politica estera, che ha un impatto su questioni decisive per noi alleati.Andy Burnham, il chierichetto che litigava con i fratelli perché voleva stare lui al fianco del prete a distribuire le ostie ai fedeli, arriva quindi a Londra con il bottino della vittoria contro Farage, e con l’aria nuova del nord: trova un Labour che si è convinto di poter cambiare la faccia del premier per cambiare tutto, e questo è in fondo il secondo colpo di fortuna di Burnham. Nessuno gli sta chiedendo cosa pensa, e prima che qualcuno si ricordi che pure Starmer era stato scelto per pragmatismo e concretezza, forse Burnham sarà già premier a cercare la sintesi di un metodo di governo che finora ha avuto il lusso di poter rimandare.