Sono anni che si sente la risposta a tutti i problemi, Andy Burnham. Sindaco di Manchester, panchina che ha occupato non senza verve per gli ultimi 9 anni, ha deciso di farsi avanti per tentare di scalzare Keir Starmer attraverso un’operazione tortuosa che pure se avesse successo porterebbe settimane, se non mesi, di incertezza. Burn to run, brucia per correre, scherza Politico. Un’operazione su cui la sterlina ha già detto la sua: è crollata. Un po’ perché Burnham è visto come un contendente di sinistra, che ha già detto che il governo non deve essere “vincolato” dai mercati finanziari, un po’ perché il Regno Unito è pieno di problemi e nessuno di questi problemi può trarre beneficio da una nuova stagione di tormenti esistenziali all’interno del Labour. Starmer, singolarmente privo di talento politico, ha avuto finora il vantaggio di essere un leader responsabile sull’economia e di aver cercato di portare il paese fuori dalle secche in cui si è arenato 10 anni fa con la Brexit, gestendo in maniera dignitosa un rapporto con gli Stati Uniti sempre più complesso.E infatti Donald Trump, soccorrevole come sempre, ha detto che sarà “dura” per il premier britannico sopravvivere se non affronterà i problemi dell’immigrazione e dell’energia, visto che ha escluso nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Ma veniamo alla mossa di Burnham, che ha come primo problema quello di tornare a Westminster, dove è stato dal 2001 fino a quando si è dimesso per diventare il primo sindaco di Manchester, rieletto poi nel 2021 con un’altra maggioranza netta. Nel frattempo, ha provato due volte a diventare leader laburista: la prima nel 2010, contro Ed Miliband, e la seconda contro Jeremy Corbyn, nel 2015, finendo poi nel suo governo ombra. La grande città del Nord, in costante affanno rispetto al benessere del sud-est del Regno Unito, è sicuramente cambiata sotto la guida dell’autoproclamato “Re del Nord”, che ne è stato pervicace, se non sempre efficace, difensore. Si è fatto paladino della verità nella tragedia di Hillsborough, ha lamentato la diversità di trattamento tra zone del paese durante il Covid ed è riuscito a sedurre una base che lo stima, almeno per ora: il 34 per cento degli elettori ha un’opinione favorevole o abbastanza favorevole di lui, secondo YouGov.E da questo punto di vista ha più chances degli altri di farcela nella sfida a Starmer, che però è tutta in salita. Per prima cosa, in base alle regole laburiste, per diventare premier serve un seggio in parlamento, ed ecco che sono comparse le suppletive di Makerfield, create dalla decisione di Josh Simmons di farsi da parte per lasciare spazio a un leader che abbia “il radicalismo, l’energia e l’immenso coraggio di cogliere il momento”. Questa volta il comitato di partito lo lascerà correre, al contrario dell’anno scorso quando Starmer si mise di traverso quando c’era un altro seggio disponibile, ma lì arriva il bello: alle elezioni locali, Reform Uk ha spazzato via i laburisti nella zona e non è assolutamente detto che Burnham, a cui anche i detrattori riconoscono una presa sulla regione, riesca a vincere sulla retorica suadente degli uomini di Nigel Farage, soprattutto in un’area segnata dallo scandalo degli abusi sulle minorenni per mano di uomini del sud-est asiatico, su cui si è indagati male e soprattutto tardi, e su cui Reform ha tanto marciato.Non solo, i costi di una campagna fatta per bene sarebbero alti, ma certo se Burnham riuscisse a prevalere la sua strada verso Downing Street sarebbe spianata, anche se ci sono altri candidati di cui tenere conto, come quel Wes Streeting che giovedì si è dimesso in polemica con Starmer, venerdì mattina ha sostenuto Burnham e venerdì pomeriggio ha fatto sapere che è “inevitabile” che si candidi anche lui. Ma Streeting piace meno dello sportivissimo cinquantaseienne primo cittadino, almeno nella volatilità del momento presente. A quel punto ci sarebbe l’ultimo ostacolo, quello insuperabile, stando almeno all’esperienza di vita vissuta di sei primi ministri prima di lui (Cameron, May, Johnson, Truss, Sunak e Starmer), ossia l’impossibilità di fare promesse elettorali con un debito altissimo e un paese che pretende un welfare generoso senza essere disposto a pagarlo. Burnham sarebbe l’ennesimo acrobata a tentare l’impresa, con la stessa vaghezza ideologica del suo predecessore Sir Keir ai tempi del brillante risultato elettorale del 2024. Torna sempre utile la battuta del commentatore Matthew Parris: “Un blairiano, un browniano, un corbyniano e uno starmeriano entrano in un pub. ‘Cosa bevi, Andy?’, gli chiede il barista”.
Tutti gli ostacoli alla corsa di Andy Burnham per sostituire Starmer
Il sindaco di Manchester si candida a essere l’alternativa a Starmer. Ma la strada verso Downing Street passa da una suppletiva difficile, da Reform UK e da un paese che chiede più welfare senza volerlo pagare










