British museum Il futuro leader già mostra segni della mutazione che avviene quando si arriva potere

Dove va il partito laburista? Per ora probabilmente in mano a Andy Burnham, sembra ormai impossibile escluderlo. “Andy” non è come “Sir Keir:” gira in maglietta, è di Manchester, e ci faresti volentieri due chiacchiere in treno. Nelle suppletive di Makerfield ha sbaragliato i remigrazionisti di Farage, cosa davvero non da poco in un paese che sembrava finire tra le loro fauci alle prossime elezioni politiche. Soprattutto, lo ha fatto usando una retorica incentrata sull’unità e la positività in un paese avviato, come l’ex colonia statunitense, verso fratture socio-culturali che rasentano la guerra civile. Ricorda (vorrebbe ricordare) un Harold Wilson, un politico antecedente alla politica tutta spin e centro-centrica diventata prassi da Blair in poi. Ben venga dunque, soprattutto se riesce, contrariamente al predecessore, a stare lontano dalla retorica razzista con cui ha fatalmente flirtato il medesimo e magari anche a tenere lontano dal potere lo sciame di quelli che ne abusano.

VENIAMO ORA ai problemi. A rendere titanico il suo compito è la condizione di emiparesi politica in cui versa il partito laburista, un partito dall’autolesionismo insuperato nel panorama pur poco edificante della socialdemocrazia europea e che si riflette nell’“italianizzazione” della politica nazionale. Una condizione esemplificata dal disperato ricorso a Keir Starmer, un contenitore vuoto da giocare in chiave anti-Corbyn che una volta svolto il ruolo principale per cui era stato assoldato – disfarsene appunto, a costo di ricorrere a ogni sozzeria pur di riuscirci – si è sgonfiato proprio perché non conteneva nulla. Che questa sia ormai la conditio sine qua non per chiunque ambisca alle leve del potere nelle declinanti democrazie liberali non costituisce attenuante per il declino del Labour.