L’Iran ha vinto, anzi stravinto. L’America batte in ritirata avendo concesso molto in cambio di pochissimo. La guerra si è rivelata inutile, peggio, controproducente: il regime di Teheran ne esce rafforzato. Questi bilanci implacabili li trovate condivisi da settori che non vanno mai d’accordo fra loro: il regime iraniano; il governo israeliano; i falchi della destra repubblicana; l’opposizione democratica Usa. Si potrebbe aggiungere la maggioranza dei media e degli esperti, ma in fondo questi non fanno che amplificare il coro unanime. La propaganda delle Guardie islamiche a Teheran gongola e canta vittoria. Netanyahu è furibondo e grida al tradimento. I «neocon» americani alla sua destra accusano Trump di aver sprecato in modo assurdo la vittoria che sul terreno militare i suoi generali gli avevano consegnato. Il partito democratico dice: Trump ha ottenuto una promessa di rinvio del programma nucleare che Barack Obama aveva già incassato nel 2015 senza bisogno di fare una guerra costosissima né di spingere l’economia globale sull’orlo di uno shock energetico.

Il coro è così uniforme che il bilancio si potrebbe chiudere subito: la giuria ha raggiunto il verdetto all’unanimità, la condanna è senza appello. Per scrupolo, però, può essere utile porsi il dubbio. Quando tutti sono d’accordo, può darsi benissimo che la verità sia palese, inoppugnabile. Ma si può escludere che l’unanimità così schiacciante ci faccia velo, ci nasconda qualche dettaglio mancante? Anche se mi sembra difficile trovare alcunché di salvabile nel pessimo memorandum d’intesa fra Trump e il regime iraniano, voglio dare la parola qui a una rara voce dissonante, che si chiama fuori dal coro. Si tratta del mio storico preferito, il britannico Niall Ferguson, che insegna negli Stati Uniti a Stanford e Harvard. Grande studioso delle guerre passate, Ferguson ha il vantaggio della profondità storica. Ci ricorda che le guerre raramente seguono un copione chiaro ai contemporanei; raramente finiscono come le cronache immediate vorrebbero.