Toronto. L’America ha capitolato davanti all’Iran. Il “protocollo d’intesa” firmato dalle parti stabilisce condizioni che sanciscono la vittoria per la Repubblica Islamica e l’umiliazione del presidente Donald Trump e degli Stati Uniti. La guerra, come alcuni sembrano aver dovuto imparare, non consiste nel piacere di vedere le cose andare in fumo. È politica, condotta con altri mezzi. E, come l’Iran ha appena dimostrato, vincere significa influenzare la politica del nemico fino a costringerlo alla resa.Sin dall’inizio, la guerra non provocata di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha reso visibile agli occhi di tutti l’incompetenza di Trump. Invece di cercare di capire come ragiona e agisce la leadership iraniana, Trump, insieme al segretario alla “guerra” Pete Hegseth e ad altri funzionari statunitensi, li hanno trattati come burattini pronti a sottomettersi non appena fossero cadute le bombe. Priva di una propria strategia, l’Amministrazione Trump non ha neppure considerato che l’Iran potesse avere un piano: reagire con attacchi a lungo raggio e chiudere lo stretto di Hormuz. I funzionari americani non avevano una mossa di riserva, se non quella di camuffare la sconfitta in vittoria (cosa che, in modo quasi grottesco, ancora cercano di fare). È questo che accade quando gli elettori affidano la guerra a degli intrattenitori e la pace agli speculatori.Molti americani sembrano ancora vivere nell’illusione che Trump sia un abile negoziatore. Non lo è mai stato, era solo un ruolo che interpretava in televisione. Trump e i membri del suo gabinetto fanno la voce grossa davanti alle telecamere, ma non hanno idea di come funzioni il potere globale. Il presidente americano è vulnerabile alle lusinghe, sempre di fretta, incapace di concentrarsi e indifferente a qualsiasi questione che non riguardi il proprio benessere. Dopo aver iniziato la guerra contro l’Iran quasi per capriccio, si è arreso per convenienza politica: un abbassamento dei prezzi della benzina avrebbe rafforzato il suo tentativo di rimanere alla Casa Bianca per sempre.Fino a poco tempo fa, pensavo che l’eredità geopolitica di Trump sarebbe stata una mera nota a piè pagina nella guerra in Ucraina: un oligarca mancato che ha artificialmente prolungato la guerra di aggressione di un vero oligarca. Ora Trump sarà anche ricordato come l’artefice della rinascita del brutale regime iraniano.Attaccando l’Iran, Trump ha suscitato simpatia per torturatori e assassini. Perdendo contro l’Iran, ne ha ampliato il potere in medio oriente. E capitolando davanti all’Iran, ha creato una stabile fonte di entrate per i suoi governanti. L’Iran imporrà dazi per il transito nello stretto di Hormuz, mentre gli Stati Uniti scongeleranno 24 miliardi di dollari di asset iraniani e verseranno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione. Qualsiasi influenza avesse l’America per impedire all’Iran di costruire un’arma nucleare, ormai è svanita. Tendiamo a pensare che il male e la follia si escludano a vicenda: se qualcosa è malvagio, deve avere uno scopo intelligente, se è folle, non può essere così dannoso. Ma la guerra di Trump in Iran dimostra che male e follia possono marciare insieme lungo la strada per l’autodistruzione nazionale.La guerra di Trump contro l’Iran è stata un disastro tanto sul piano strategico che su quello etico. Combattere una guerra di aggressione non dichiarata e illegale, violare le leggi di guerra e uccidere decine di civili non porta alla vittoria. Compiacersi di tali azioni non è indice di un calcolo astuto. E’ sbagliato e basta. Si può godere della violenza ed essere comunque dei perdenti. Si può essere al tempo stesso spietati e sconsiderati, come hanno dimostrato Trump e Hegseth. In altre parole, non c’è consolazione. L’Amministrazione Trump ha usato mezzi malvagi in maniera stolta, non per un buon fine, lasciando il mondo in condizioni ben peggiori di prima. Grazie a Trump, gli Stati Uniti hanno provocato una diffusa sofferenza economica e – per la gioia di Cina, Russia e Iran – hanno creato un ordine internazionale più caotico e meno vincolato dal diritto.Ma se male e follia possono camminare insieme, anche virtù e saggezza possono farlo. Gli Stati Uniti sono arrivati a questo punto perché hanno consentito che il potere politico, economico e mediatico si concentrasse nelle mani di pochi. Per quanto sia facile attribuire la capitolazione americana a una leadership incompetente, essa deriva piuttosto da politiche e istituzioni che permettono a tali individui di salire al potere. Le guerre dettate dal capriccio sono un sintomo di tirannia e un monito per chi preferisce le repubbliche. Bisogna contrastarle ma, più fondamentalmente, bisogna prevenirle eliminando il denaro dalla politica, affrontando le disuguaglianze di base, smantellando i monopoli e favorendo la mobilità sociale.L’Iran ha vinto facilmente questa guerra perché gli è bastato minacciare l’interesse personale di un aspirante tiranno. Costruire un’America che non si arrenda richiede l’opposto della durezza di cuore e della superficialità di giudizio di Trump. Noi americani dovremmo valorizzare leader più solidi – persone che abbiano dimostrato competenze reali e fatto qualcosa di buono nella vita – e resistere ai ciarlatani carismatici che mettono le mani nelle nostre tasche e mandano i nostri figli in guerra. Dovremmo, inoltre, rivalutare leader con una maggiore sensibilità di cuore, capaci di dare forma al nostro desiderio di prenderci cura gli uni degli altri e di creare un governo che renda possibile una vita migliore per tutti.Timothy SnyderCopyright Project Syndicate