Cosa c’è di peggio, per Donald Trump, di non avere vinto la guerra in Iran? C’è il fatto di avere sprecato l’occasione di mettere il sigillo finale alla trasformazione radicale già in corso nel Medio Oriente. Gli Stati Uniti rischiano di portare questa croce a lungo. La guerra al regime degli ayatollah iniziata il 28 febbraio è in genere vista come un fatto a sé: in realtà è stata la continuazione del conflitto cominciato il 7 ottobre 2023, giorno del pogrom feroce di Hamas contro gli israeliani.Da allora, soprattutto per opera dell’esercito di Tel Aviv, la mappa della regione è totalmente cambiata, la rete di alleati di Teheran è stata demolita, l’Iran ha vacillato. L’attacco di Trump e Benjamin Netanyahu contro il regime oscurantista e desideroso di armi nucleari doveva essere l’ultimo atto di una nuova realtà mediorientale, più stabile, senza terrore. Il presidente americano l’ha buttato via.

Al di là di come evolveranno gli accordi tra Washington e Teheran, non si è ovviamente tornati alla situazione di qualche anno fa. Dopo il 7 ottobre, Israele si è trovata attaccata su più fronti: già il giorno successivo alla strage, Hezbollah lanciò razzi contro il Paese. Via via, al gruppo terroristico libanese e ad Hamas si sono aggiunti i colpi degli Houthi, delle milizie filoiraniane dell’Iraq e della Siria, dell’Iran stesso. Una rete negli anni organizzata e foraggiata dagli ayatollah con l’obiettivo di egemonizzare la regione. Questo fronte di alleati è però stato enormemente ridimensionato dall’azione militare israeliana, fino addirittura al crollo del regime siriano degli Assad. E nel gennaio scorso, milioni di iraniani sono scesi in piazza contro il regime, drammaticamente repressi, migliaia di morti.In questa nuova situazione, nella quale Teheran aveva perso la sua rete di ricatti e di provocazioni decennali, Washington e Tel Aviv hanno visto l’opportunità di stabilire un nuovo ordine in Medio Oriente, con il regime iraniano depotenziato e, magari, crollato. Una prospettiva gradita anche ai Paesi arabi del Golfo impegnati in una trasformazione che dalla dipendenza dal petrolio punta a costruire economie più moderne, per le quali hanno bisogno di stabilità. Soprattutto a causa dell’inconsistenza del presidente americano, l’esito è stato diverso.