La guerra che doveva cambiare tutto si è conclusa lasciando le cose esattamente come prima. O forse peggio. Dopo mesi di guerra, minacce e stalli nelle trattative, gli Stati Uniti sono stati costretti ad accettare un accordo che nei suoi contenuti – il testo completo non è ancora pubblico – tradisce profondamente gli obiettivi di questa guerra, semmai ce ne fossero stati. Le parole con cui è stato annunciato l’accordo firmato (per ora virtualmente) tra Washington e Teheran – ribattezzato “memorandum di Islamabad” per la fondamentale mediazione pakistana – mostrano bene la distanza tra le parti: da un lato Trump, che in un post sui social ha parlato di “Great Deal” capace di portare pace e sicurezza nella regione; dall’altro l’Iran, che attraverso il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha definito l'accordo un semplice «memorandum d’intesa». L’intesa per ora prevede una cessazione totale delle ostilità e impegna gli Stati Uniti a smantellare il blocco navale sui porti iraniani, mentre l’Iran rimuoverà le mine nello Stretto di Hormuz e riaprirà il passaggio marittimo alla navigazione. I punti più delicati dell’accordo restano però in bilico e saranno oggetto dei prossimi mesi di negoziati, a partire dal destino del programma nucleare iraniano e dei fondi congelati all’estero, circa 25 miliardi di dollari bloccati in conti esteri da sanzioni internazionali.Il cosiddetto «regime change» a Teheran, tanto annunciato e ripetuto per settimane sull’onda delle proteste iraniane di dicembre e gennaio, non è dunque mai avvenuto. Una marcia indietro su questo punto è stata fatta dallo stesso Trump che ha dichiarato di non «aver mai avuto un reale interesse per un cambio di regime». Non solo: a prevalere nelle varie fasi negoziali sono state proprio le anime più radicali della Repubblica Islamica, un tempo bilanciate dall’Ayatollah Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra lo scorso 28 febbraio. Sono le stesse che oggi comandano a Teheran e che sembrano meno inclini a fare concessioni rispetto a prima. In secondo luogo Trump è riuscito a negoziare la riapertura dello Stretto di Hormuz, riportando la situazione a quella precedente allo scoppio del conflitto, ma consegnando a Teheran una nuova arma politica: la dimostrazione che la chiusura di Hormuz può paralizzare una parte significativa del mercato energetico globale in modo forse più efficace della minaccia nucleare.Una guerra iniziata senza obiettivi chiari si è trasformata in una palude nella quale gli iraniani sono riusciti a trascinare gli Stati Uniti prolungando lo stallo negoziale. Il regime degli ayatollah esce da questa guerra indubbiamente rafforzato sul piano internazionale, con le E4 – Regno Unito, Francia, Germania e Italia – che hanno dichiarato di essere pronte a valutare un allentamento delle sanzioni in risposta a progressi sul programma nucleare, dopo l’accordo tra Stati Uniti e Iran. Se da un lato Teheran può rivendicare di aver resistito al confronto con il “Grande Satana”, dall’altro può accreditarsi ulteriormente presso i propri alleati regionali – Hezbollah in Libano, Ansar Allah (Houthi) nello Yemen e Hashd Al-Sha’bi in Iraq – come l’unico attore in grado di garantirne la sicurezza, rafforzando la narrativa anti-americana (e anti-israeliana) nella propaganda futura di questi gruppi. La guerra è riuscita inoltre a rinsaldare un regime che prima del conflitto era ai minimi storici di popolarità, facendo in parte dimenticare i massacri nelle proteste di dicembre e gennaio con oltre 7.000 persone uccise dai pasdaran e bassij e più di 25.000 ferite secondo la Human rights activists news agency (Hrana). Quanto la tenuta del regime sia solida o apparente lo dirà il tempo, ma il sistema di potere iraniano ha dimostrato più volte negli anni di sapere cambiare pelle pur di continuare a sopravvivere. Ed è probabile che anche questa volta lo faccia.Grande sconfitto dell’accordo è poi Benjamin Netanyahu. Il primo ministro israeliano è stato costretto a digerire un’intesa raggiunta da altri nella sua storica battaglia contro l’Iran, nonostante abbia provato in tutti i modi a sabotarla bombardando per due volte Beirut – considerata una linea rossa da Teheran – rischiando di far riprendere le ostilità. Ma il primo ministro israeliano, atteso dalle elezioni dell’ottobre 2026, ha già chiarito che la partita con l’Iran non è finita e che se necessario Israele (non incluso nelle negoziazioni) agirà da solo. Parole che arrivano a distanza di un anno da quelle con cui dava conto dell’Operazione Rising Lion in Iran: «Abbiamo ottenuto una vittoria storica, destinata a durare per generazioni».Le reazioni della politica israeliana verso Netanyahu mostrano con chiarezza la portata del malcontento per l’accordo, ritenuto fallimentare da pressoché tutti i partiti. E ancora una volta il terreno dello scontro politico viene spostato sulla sicurezza nazionale più che sulle nefandezze commesse dall’esercito israeliano a Gaza, in Libano, in Yemen o in Iran. Una sicurezza che negli ultimi anni si è tradotta in insicurezza per milioni di israeliani e in distruzione e morte per i popoli vicini. È lo stato di guerra permanente in cui vive la società israeliana da oltre 3 anni: «Una società che sembra capace di percepire il proprio battito solo attraverso la guerra e la distruzione; che, se non sta attaccando, distruggendo e uccidendo, non è del tutto certa della propria esistenza», per citare Orly Noy, giornalista israeliana di origini iraniana.Molto della tenuta di questo accordo si giocherà ora in Libano, teoricamente incluso nell’intesa per volontà iraniana – secondo la formula del «cessate il fuoco su tutti i fronti» – ma ancora occupato dalle truppe israeliane. Netanyahu e diversi ministri hanno ribadito più volte di non avere alcuna intenzione di ritirarsi dal Sud del Libano, così come in altre aree occupate nella regione (Sud-Ovest della Siria e Striscia di Gaza) e continueranno le operazioni militari. Se Israele continua a considerare il Libano uno scenario di guerra separato, gli iraniani, al contrario, sono riusciti a legare il dossier libanese all’accordo più ampio raggiunto con Washington. E con Israele che non vuole ritirare le truppe dal territorio libanese, Hezbollah continuerà la sua resistenza, minando alla base i presupposti del cessate il fuoco. Il rischio è che l’accordo Iran-Usa produca in Libano solo un cambiamento lessicale, senza tradursi in risultati concreti sul terreno. Nella corsa a trovare i vincitori e gli sconfitti dell’accordo ci si dimentica delle vittime. A migliaia quelle in Libano, quasi diecimila in tre anni di guerra e con il Sud del Paese annichilito. Più di 7.650 i morti in Iran, tra cui i 168 bambini uccisi in un colpo solo da un missile americano nella scuola di Minab. Senza contare le oltre 70.000 persone uccise – stime al ribasso – nella Striscia di Gaza, completamente rasa al suolo. E con Hamas, Hezbollah e il regime iraniano ancora al loro posto, la devastazione della Striscia di Gaza e del Sud del Libano diventerà terreno fertile per chi avrà interesse a mantenere viva una logica di vendetta.